Individuato un nuovo ceppo di Klebsiella Pneumoniae resistente agli antibiotici di ultima generazione
Negli ospedali di tutto il mondo, la resistenza agli antibiotici rappresenta una delle sfide più urgenti per la sanità pubblica. In questo contesto, un recente studio condotto da un team di ricercatori italiani ha identificato per la prima volta in Italia un ceppo particolarmente resistente di Klebsiella pneumoniae , noto come ST437, produttore di una variante dell’enzima NDM (New Delhi metallo-beta-lattamasi) in grado di idrolizzare i carbapenemi e causare ridotta attività del cefiderocol. Questa scoperta solleva nuove preoccupazioni sulla diffusione di batteri resistenti a questi antibiotici spesso considerati l’ultima risorsa contro infezioni gravi e con opzioni terapeutiche limitate.
Lo studio, pubblicato su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, è stato realizzato grazie alla collaborazione tra diverse istituzioni sanitarie e accademiche, tra cui l’Ospedale ‘G. Mazzini’ di Teramo, l’Ospedale ‘Maria SS. dello Splendore’ di Giulianova, l’Università dell’Aquila e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo (IZSAM). La ricerca si è concentrata su un caso clinico particolarmente complesso: un paziente di 85 anni, ricoverato per una frattura al femore, ha sviluppato un’infezione associata a Klebsiella pneumoniae ST437, risultata resistente a numerosi antibiotici, inclusi i più recenti come ceftazidime/avibactam e cefiderocol.
“L’identificazione di questo ceppo in un contesto ospedaliero italiano è un segnale d’allarme che non possiamo ignorare – spiega Alessandra Cornacchia, ricercatrice IZSAM – Si tratta di un batterio con una resistenza estremamente elevata, che limita fortemente le opzioni terapeutiche a disposizione dei medici”.
Attraverso una analisi genomica avanzata, il team di ricerca ha individuato i geni responsabili della resistenza del ceppo ST437: blaNDM-5, blaOXA-232 e blaCTX-M-15. La presenza di questi geni conferisce al batterio la capacità di inattivare gran parte degli antibiotici comunemente usati in ambito ospedaliero. “Questo tipo di resistenza pone serie difficoltà nel trattamento delle infezioni, specialmente nei pazienti fragili o immunocompromessi. – aggiunge Cornacchia – Per questo motivo, diventa essenziale implementare misure di controllo delle infezioni e rafforzare la sorveglianza microbiologica”.
Fonte: IZS Teramo
