Le tre cose che non finiranno mai. Riflessioni di Caterina Pennesi sulla Tubercolosi bovina.
A Marta e tutta la squadra del CO.ZO.MA.
”Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”( A. Einstein )
Il problema della tubercolosi bovina riveste una sfera di questioni, che riguardano l’aspetto economico, quello etico e l’etologico.
Da un punto di vista economico, facile a capirsi, i proprietari di un allevamento con focolaio, si trovano costretti a eliminare brevemente i capi positivi, se non l’intera mandria, e per farlo sono costretti a trovare il commerciante disposto ad assicurare l’acquisto dei bovini in tempi ristretti limitando le capacità di trattativa sul prezzo di mercato.
E anche se lo Stato viene in soccorso degli allevatori con i risarcimenti, nulla può sopperire allo sconforto di chi si trova ad assistere impotente al vuotarsi di una stalla con un camion alla porta che carica vacche e vitelli e si avvia blindato verso il macello, perdendo così anche un’importante parte di patrimonio genetico.
Cinque i numeri che, come nella smorfia, vanno a caratterizzare gli eventi.
Il primo numero è il 61. Il cacciatore. Troppo a lungo l’indagine epidemiologica ha concentrato l’attenzione sul cinghiale, che diviene, con un repentino salto di specie, il “capro espiatorio” di tutti i problemi, concedendo un regime premiale ai cacciatori tradotto in agevolazioni economiche per le visite sanitarie, mentre ora si sta tornando a pensare che questi animali, pur importanti indicatori, non sono agenti causali del morbo.
E difatti l’interesse si è spostato sulle movimentazioni e la logistica valutando spostamenti e vicinanze tra gli allevamenti con possibili scambi clandestini .

Reazione cutanea (pomfo) alla prova di intradermotubercolinizzazione
Il secondo è il 49. La carne. La vera incognita. Il più delle volte i rilievi alla post mortem sono una conferma dei test intradermici, mentre altre volte non c’è alcuna corrispondenza. Tali casi si osservano per lo più in bovini con infezione cronica da Mycoplasma o con parassitosi gravi (echinococco o fasciola) o con imponenti tragitti fistolosi da corpo estraneo. Altre volte ancora c’è il coup de théâtre e si riscontrano lesioni tubercolotiche in capi provenienti da mandrie ritenute indenni. Insomma l’esame anatomopatologico è il cul de sac dove finiscono irreversibilmente tutti gli accidenti della vita e ogni evento è rilevabile e tracciato. Si può dire che dall’ispezione di un organo si capisce il tipo di vita condotto dall’animale ossia se sia stato allevato al pascolo, che alimentazione abbia avuto o ancora se sia venuto a contatto con sostanze tossiche o agenti patogeni. In tal modo il Mattatoio diventa simulacro diagnostico, dove il veterinario non è soltanto l’ispettore delle carni che si occupa del licenziamento al consumo delle stesse o meno, ma l’anello finale indispensabile di ogni indagine epidemiologica.
Terzo è il 70. Il palazzo. Le analisi sono un indispensabile supporto alla diagnosi e molti provvedimenti restano sospesi in attesa dell’esito .
Ma ci vuole tempo e pazienza prima di prendere decisioni, perché i rapporti di prova sono capricciosi e imprevedibili e l’isolamento batteriologico del bovis non sempre corrisponde ad una Ziehl-Neelsen o a una PCR positiva o addirittura a un primo esito batteriologico negativo ne fa seguito un altro, a distanza di mesi, positivo .
Il quarto è il 60. Il lamento. Gli allevatori temono per i propri animali. Alcuni accettano mestamente i provvedimenti, altri invece li contestano ricorrendo legalmente.
Tale aspetto porta a contrasti, laddove emergano situazioni oggettivamente negligenti, come smarrimenti reiterati di capi in montagna, reci

Lesione granulomatosa tubercolare linfonodo mediastinico polmonare
nzioni fatiscenti e promiscuità di animali con scambi di tori per prestazioni galanti illecite o gravidanze in allevamenti da ingrasso.
Il quinto è il 39. Il cappio al collo. E’ capitato che intere zone di montagna siano rimaste soffocate nella stretta di una nomenclatura inventata di un ceppo batterico dedicata ad un territorio. Questa anomala tassonomia priva di corrispondenza scientifica, ha determinato gravi difficoltà per gli allevatori negli scambi commerciali dei capi, con deprezzamento degli stessi per l’altrui diffidenza. Si è visto poi che anche zone confinanti, ritenute “pulite”, presentavano gli stessi problemi.
La tubercolosi è, insieme ai pidocchi e la stupidità, una delle tre cose che non finiranno mai.
Tornando alla smorfia, per i pidocchi, il numero c’è ed è l’87, per la stupidità il 23, lo sciocco.
La tubercolosi non ha un numero. Suggerisco il 27, il pitale, perché contiene cose immonde e con il 23 si riempie indefinitamente, moto perpetuo.
Einstein aveva ragione.
Caterina Pennesi
Dirigente Veterinario, autrice della rubrica “L’altra informazione” sulla rivista Argomenti
