La crisi climatica altera gli ecosistemi degli insetti: più zanzare e parassiti, meno impollinatori
La crisi climatica non sta modificando soltanto temperature e precipitazioni. Sta cambiando profondamente anche il mondo degli insetti e degli altri invertebrati, con conseguenze che riguardano direttamente la salute delle persone, la sicurezza alimentare e la qualità degli ecosistemi. A lanciare l’allarme è il WWF nel report “Insetti e persone: chi vince e chi perde nel clima che cambia?”, che analizza le evidenze scientifiche sugli effetti del riscaldamento globale sulle popolazioni di invertebrati. Secondo il rapporto, l’aumento delle temperature medie, le variazioni dell’umidità e delle precipitazioni e la crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi stanno favorendo alcune specie particolarmente resistenti, spesso invasive o dannose, mentre molte altre, fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi, sono in declino. Il fenomeno si inserisce in una crisi più ampia. A livello globale, l’abbondanza degli invertebrati è diminuita del 45% dal 1970. Gli scienziati parlano di una vera e propria “morte per mille tagli”, determinata dall’azione combinata di cambiamento climatico, perdita e frammentazione degli habitat, urbanizzazione, inquinamento, specie invasive e uso dei pesticidi.
Impollinatori a rischio, minacciata anche la produzione alimentare
Tra le specie più vulnerabili figurano gli impollinatori, indispensabili per la biodiversità e per la produzione agricola. Circa il 90% delle piante da fiore selvatiche e il 75% delle colture alimentari dipendono infatti dall’impollinazione operata dagli insetti. Il WWF ricorda che questo servizio ecosistemico ha un valore economico stimato in circa 26 miliardi di dollari in Europa e circa 3 miliardi in Italia. Eppure l’ultimo aggiornamento della Lista Rossa europea segnala che il 10% delle specie di apoidei è minacciato di estinzione. Ancora più preoccupante la situazione delle farfalle: le specie europee a rischio sono passate dal 9% al 15% negli ultimi quindici anni e, includendo quelle prossime alla minaccia, la quota raggiunge il 28%. Particolarmente colpite risultano le specie montane, costrette a spostarsi verso quote sempre più elevate per inseguire condizioni climatiche favorevoli, con una conseguente riduzione e frammentazione degli habitat disponibili.
Fonte: sanitainformazone.it
