Stretta dell’Ue sui Pfas, nuove tutele per l’acqua potabile
L’Europa alza il livello di guardia sull’acqua che beviamo. Da lunedì 12 gennaio gli Stati membri saranno obbligati a monitorare i Pfas nell’acqua potabile e ad agire subito se le concentrazioni superano i limiti di sicurezza. È la prima volta che l’Ue introduce un controllo sistematico su queste sostanze chimiche persistenti, al centro di crescenti allarmi sanitari.
I Pfas (sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche), anche detti “forever chemicals” (sostanze chimiche eterne), sono un vasto gruppo di sostanze chimiche, principalmente utilizzate per le loro proprietà di resistenza all’acqua, al grasso e alle macchie. Sono terminate lunedì scorso le scadenze transitorie della direttiva Ue sulle acque potabili. Sono due i parametri fondamentali da rispettare: il primo fissa un limite di 500 nanogrammi/litro per il parametro “Pfas totale”; il secondo fissa un limite di 100 nanogrammi/litro per il parametro “Somma di Pfas” su una lista di 20 composti presenti nelle linee guida della Commissione europea.
Allarme Ue e fonti di contaminazione
“In tutta l’Ue si registra un numero crescente di casi di elevate concentrazioni di Pfas nelle acque dolci, compresa l’acqua potabile. La Commissione europea incoraggia pertanto gli Stati membri ad agire tempestivamente in base a queste linee guida per accelerare il monitoraggio dei Pfas e predisporre misure volte a garantire la conformità ai parametri della direttiva sulle acque potabili“, si legge nelle linee guida dell’esecutivo Ue.
I Pfas sono spesso presenti in prodotti come pentole antiaderenti, imballaggi per alimenti, indumenti idrorepellenti e schiume antincendio, nonché plastiche per uso industriale, imballaggi in generale, pneumatici e molti altri prodotti industriali di uso comune, come farmaci, cosmetici, pesticidi o vernici. Questa sostanza è estremamente resistente e, una volta introdotta nell’ambiente, resiste molto a lungo alla degradazione, proprio per questo è chiamata “sostanza chimica eterna”. La loro elevata persistenza aumenta quindi la probabilità della loro presenza nelle acque e negli alimenti e solleva preoccupazioni circa il loro impatto a lungo termine sulla salute umana e l’ambiente.
Fonte: AGI