Lo spillover non è una lotteria
Con questa immagine David Quammen sintetizza, nel libro Spillover, la dinamica alla base delle zoonosi: il salto di specie di un agente patogeno da un animale non umano all’essere umano. Un processo biologico noto da tempo, ma che negli ultimi anni è entrato con forza nel dibattito pubblico, anche alla luce della pandemia di COVID-19.
Il successo del libro, pubblicato oltre un decennio prima della pandemia, è stato spesso letto in chiave “profetica”. In realtà, più che una previsione, si trattava della sistematizzazione di evidenze già disponibili: la crescente interazione tra attività umane ed ecosistemi aumenta le opportunità di contatto tra specie e, quindi, la probabilità di spillover. Quammen insiste su questo punto: le epidemie non emergono nel vuoto, ma all’interno di relazioni ecologiche e sociali che le rendono possibili.
È su questa consapevolezza che si è consolidato il paradigma della One Health, che considera salute umana, animale ed ecosistemica come componenti di un unico sistema interdipendente. In parallelo, il concetto di preparedness pandemica si è imposto come priorità politica e scientifica, orientando investimenti e strategie verso la capacità di prevedere, monitorare e contenere nuove minacce infettive.
Tuttavia, tra il riconoscimento teorico di questa interconnessione e la sua traduzione operativa esiste ancora una distanza significativa. La prevenzione resta spesso focalizzata sulla risposta (sorveglianza, vaccini, piani di emergenza) mentre i determinanti a monte del rischio ricevono un’attenzione più frammentata e discontinua.
È in questo spazio che si inseriscono studi recenti come quello pubblicato sulla rivista Science ad aprile. Lo studio, coordinato da Jérôme Gippet, ecologo dell’Università di Friburgo, in Svizzera, analizza su scala globale il legame tra commercio di fauna selvatica e rischio zoonotico.
Fonte: scienzainrete.it
