Cisticercosi bovina: diagnosi, monitoraggio e impatto di una parassitosi negletta

In Piemonte, il consumo di carne bovina cruda fa parte della cultura gastronomica locale; preparazioni come battuta al coltello e carne cruda all’albese richiedono qualità, sicurezza delle materie prime e fiducia nella filiera. In questo contesto assume rilevanza una parassitosi ben nota, ma spesso sottovalutata, legata a quello che viene chiamato comunemente “verme solitario”: la cisticercosi bovina, causata dallo stadio larvale del parassita Taenia saginata.

Nell’uomo la patologia è generalmente asintomatica, o associata a modesti sintomi gastrointestinali, ma negli allevamenti la presenza della forma larvale della Taenia nelle carcasse (Figura 1) determina conseguenze economiche rilevanti: comporta infatti declassamenti e l’obbligo di congelare la carne per garantirne la sicurezza, fino, nei casi più gravi, alla condanna della carcassa, con un inevitabile spreco alimentare. I dati di macellazione e le segnalazioni territoriali hanno messo in evidenza una situazione ricorrente: pochi allevamenti nei quali il problema si ripresenta nel tempo e che, da soli, spiegano una quota rilevante delle positività riscontrate al macello. In pratica pochi focolai possono influire in modo importante sulla prevalenza riscontrata dai Veterinari Ufficiali, con conseguenze impattanti per le aziende coinvolte e ricadute sulla sicurezza della filiera, soprattutto dove il consumo di carne cruda è molto diffuso.

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Fonte: ruminantia.it




Antibiotici e ormoni negli alimenti: molti meno di quanto pensiamo

Le contaminazioni chimiche nella filiera alimentare continuano a occupare un posto di rilievo nell’immaginario collettivo, spesso associate a un’idea di rischio diffuso e poco controllabile. Secondo l’Eurobarometro 2025 sulla sicurezza alimentare, i residui di antibiotici, steroidi o ormoni nella carne» rappresentano una delle principali preoccupazioni in materia di sicurezza alimentare per oltre un terzo (36%) dei cittadini dell’Unione europea.

Eppure, i numeri pare raccontino una storia diversa. L’ultimo rapporto pubblicato dall’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) restituisce una fotografia complessiva più rassicurante: le non conformità che sono emerse nel 2024 sono state rare, sia a livello europeo sia in Italia.

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Fonte:infodata.ilsole24ore.com




Residui di farmaci veterinari negli alimenti: che c’è di nuovo a livello UE?

Il rapporto annuale dell’EFSA sui residui di farmaci veterinari negli animali vivi e nei prodotti di origine animale evidenzia anche nel 2024 un’elevata conformità ai limiti di legge.

Il rapporto esamina la presenza di sostanze farmacologicamente attive autorizzate o vietate e dei loro residui negli alimenti di origine animale tra cui carne (d’allevamento e selvaggina), prodotti lattiero-caseari, uova o miele. I tipi di sostanze considerate sono gli ormoni (compresi gli steroidi), i beta-agonisti (antidolorifici muscolari), gli antibatterici, i farmaci antiparassitari e, tra gli altri, i repellenti per insetti.

Ultimi dati del 2024

I dati contenuti nel rapporto di quest’anno, che riguarda il 2024, provengono dagli Stati membri dell’UE[1] ma anche da Islanda e Norvegia. Complessivamente la percentuale di campioni non conformi è stata dello 0,13% (629 su 493 664 campioni), un dato paragonabile a quello dell’anno precedente, quando la non conformità fu dello 0,11%.

Il rapporto presenta una suddivisione dei campioni in ordine a tre piani di controllo:

  • Il piano di controllo nazionale basato sul rischio per la produzione negli Stati membri con – 0,16% di non conformità;
  • Il piano di sorveglianza nazionale randomizzato con – 0,22% di non conformità;
  • Il piano di controllo nazionale basato sul rischio per le importazioni da Paesi terzi con – 0,2% di non conformità.

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Fonte: EFSA




Consumo di pesce e frutti di mare nell’UE: conoscere le raccomandazioni alimentari sul mercurio

La Commissione europea ha chiesto all’EFSA di condurre un sondaggio in tutta l’UE, prima e dopo che alcuni Paesi aggiornassero le proprie raccomandazioni sulla frequenza del consumo di pesce e frutti di mare che possono contenere tracce di mercurio.

Esempi di queste specie sono i grandi pesci predatori come lo squalo, il pesce spada e il tonno (obeso e rosso) perché si nutrono di pesci più piccoli e quindi il mercurio si accumula in essi nel corso dell’esistenza. La richiesta della Commissione era legata a discussioni con gli Stati membri dell’UE sui limiti normativi (chiamati livelli massimi o LM) per il mercurio in diverse specie di pesci e frutti di mare e su qualsiasi futuro aggiornamento della valutazione del rischio da mercurio negli alimenti da parte dell’EFSA.

Un sondaggio a dimensione europea

Un primo sondaggio era stato condotto in tutti i 27 Stati membri dell’UE, in Islanda e in Norvegia nell’aprile-maggio del 2023. Un secondo sondaggio è stato poi condotto in 10 Paesi che hanno aggiornato le proprie raccomandazioni, più altri cinque Paesi che non lo hanno fatto, per consentire un confronto.

I sondaggi hanno incluso tra gli intervistati una quota maggiore di donne in gravidanza (e in allattamento) perché il feto è la fascia più a rischio rispetto al mercurio, sebbene assorba anche importanti nutrienti dal pesce e dai frutti di mare presenti nella dieta della madre.

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Fonte: EFSA




Un prodotto ittico su cinque a rischio frode alimentare: l’allarme del rapporto FAO

La frode del pesce è un fenomeno diffuso a livello mondiale e comprende pratiche ingannevoli che possono compromettere la biodiversità, la salute dei consumatori e l’economia globale. L’ultimo rapporto della FAO, sviluppato in collaborazione con il Centro FAO/IAEA, offre un’analisi approfondita del problema e descrive le tecnologie oggi disponibili per contrastarlo.

Frode nel settore ittico

Non esistono stime ufficiali sulla reale prevalenza della frode nel commercio globale di prodotti ittici, un mercato che vale circa 195 miliardi di dollari. Tuttavia, studi empirici indicano che fino al 20% delle transazioni potrebbe essere soggetto a pratiche ingannevoli. Il fenomeno risulta più frequente rispetto ad altri comparti alimentari, come carne, frutta e verdura, anche a causa dell’elevato numero di specie commercializzate.

Le forme di frode sono molteplici: aggiunta di coloranti per simulare freschezza, vendita di prodotti contraffatti o surimi spacciato per carne di granchio, distribuzione fuori dai mercati autorizzati, dichiarazioni false su origine o sostenibilità, manomissione delle date di scadenza. Tra le pratiche più comuni vi è la sostituzione di specie, ad esempio tilapia venduta come dentice rosso, oltre alla sovrapproduzione o alla pesca eccessiva non dichiarata.

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Fonte: ambienteinsalute.it




Le popolazioni di api mellifere selvatiche dell’Unione Europea sono in pericolo

Lo stato di conservazione delle popolazioni selvatiche di api mellifere (Apis mellifera) nell’Unione Europea è stato recentemente rivalutato per la Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). La precedente classificazione “Data Deficient” (carenza di dati) è stata aggiornata a “In Pericolo”. Il progetto è stato realizzato da un team di 14 scienziati ed esperti, coordinati dall’associazione internazionale Honey Bee Watch, nell’ambito di uno studio più ampio, la Lista Rossa delle Api Europee, dedicato alla valutazione dello stato di conservazione di quasi 2.000 specie di api.

Prima della classificazione “Data Deficient” risalente al 2014, la scarsità di studi sugli alveari selvatici, unita alle prove derivanti dalle minacce che causano la mortalità di quelli gestiti dagli apicoltori, aveva portato scienziati e altri addetti ai lavori a supporre che le popolazioni di api mellifere selvatiche fossero completamente estinte in Europa.

Questa confusione e la mancanza di dati hanno spinto diversi ricercatori ad intraprendere studi sulla prevalenza e la distribuzione di colonie di Apis mellifera che vivono libere, ovvero quelle che scelgono autonomamente il proprio sito di nidificazione, che vivono senza l’intervento umano e il cui studio potrebbe rivelare la presenza di popolazioni selvatiche autosufficienti. Tali alveari sono stati successivamente rinvenuti – e sono attualmente oggetto di studio – in tutta Italia, in Irlanda e Regno Unito, nei parchi nazionali in Francia, nelle foreste di Germania, Svizzera e Polonia, nella capitale della Serbia, Belgrado.

L’aggiornamento allo status “In Pericolo” si applica solo ai 27 Paesi membri dell’UE, ed è stato reso possibile grazie alla collaborazione con diverse università, istituti di ricerca, associazioni indipendenti, e a studi recenti che hanno fornito una stima del declino delle popolazioni di alveari selvatici. A livello paneuropeo più ampio, lo status rimane invece “Data Deficient” a causa della scarsità di dati sulle popolazioni selvatiche in questa regione più estesa.

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Fonte: IZS Venezie




L’intelligenza artificiale e analisi di sicurezza alimentare

La sicurezza alimentare è emersa come una preoccupazione globale critica, laddove adulterazionecontaminazione e deterioramento coinvolgono un’ampia varietà di prodotti, dai latticini alle spezie e tanti altri. I metodi di analisi tradizionali, sebbene precisi, si rivelano spesso troppo lenti e costosi per il monitoraggio in tempo reale attraverso catene di approvvigionamento complesse. Una revisione scientifica di Balakrishnan et al. (2025) esamina come l’intelligenza artificiale (AI) e il machine learning (ML) possano rivoluzionare i protocolli di sicurezza alimentare, offrendo capacità di rilevamento rapide e non invasive che trascendono gli approcci convenzionali basati su laboratorio. Questo cambio di paradigma affronta i limiti dei flussi di lavoro di test sequenziali abilitando l’elaborazione simultanea dei dati e l’analisi predittiva (Balakrishanan et al., 2025; Karanth et al., 2023).

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Carne destinata al congelamento: l’EFSA valuta la crescita batterica nella carne prima che arrivi ai consumatori

lavorazione carniIl modo in cui la carne viene conservata dagli operatori del settore alimentare prima di arrivare ai consumatori può influire sulla proliferazione dei batteri. Ciò vale sia per i batteri nocivi come Salmonella Listeria sia per i batteri che rovinano solo l’odore e l’aspetto della carne.

Gli esperti dell’EFSA hanno esaminato in che modo le condizioni di conservazione (come la temperatura, il confezionamento sottovuoto e la durata) influenzino la crescita microbica tra la macellazione e il congelamento, nonché durante il successivo scongelamento e la conservazione.

Metodologia

Per effettuare la valutazione, gli esperti hanno confrontato diversi scenari di conservazione e scongelamento delle carni con uno scenario di riferimento (carne conservata senza confezionamento sottovuoto a 7°C per 15 giorni) osservando differenze nella crescita microbica. Gli esperti hanno applicato il concetto di tempo di equivalenza, utilizzando modelli matematici per prevedere la durata del tempo in cui la carne può essere conservata prima del congelamento in diverse condizioni fino a raggiungere gli stessi livelli microbici dello scenario di riferimento.

Risultanze principali

  • Quando la carne è stata conservata a 7°C e confezionata sottovuoto subito dopo la stabilizzazione, il tempo di equivalenza prima del congelamento è stato determinato dalla Salmonella ed è stato raggiunto in 5-6 giorni di conservazione post-macellazione.
  • Quando la carne è stata conservata a 3°C, il tempo di equivalenza prima del congelamento è stato determinato dai batteri lattici alteranti ed è stato raggiunto in 29-30 giorni dopo la macellazione. In alcune situazioni, quando la contaminazione batterica iniziale della carne sia elevata, il deterioramento può avvenire prima di raggiungere i tempi di equivalenza previsti.
  • Scongelando la carne a 4°C o a 7°C alle condizioni valutate, la crescita batterica risultava assente o limitata.
  • L’ulteriore conservazione della carne a 4°C per 7 giorni dopo lo scongelamento può portare a un’ulteriore crescita batterica a seconda delle condizioni di conservazione, suggerendo che i tempi di pre-congelamento in alcuni scenari dovrebbero essere ridotti per raggiungere l’equivalenza con lo scenario di riferimento.

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Fonte: EFSA




La crisi idrica a un punto di non ritorno

Cambiamenti climaticiIl mondo è entrato nell’era della bancarotta idrica globale: viviamo in una situazione in cui l’uso e l‘inquinamento delle fonti d’acqua hanno superato le possibilità di rinnovamento e non potranno essere più riportate ai livelli precedenti.

A dirlo è il rapporto delle Nazioni Unite guidato da Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università dell’Onu.
Nel documento si chiede un ripensamento radicale dell’agenda politica globale. “Questo rapporto racconta una scomoda verità: molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta“, ha rilevato Madani.

Il rapporto mette in luce come i bacini d’acqua e le zone umide si stiano rapidamente riducendo: oltre la metà dei grandi laghi del mondo ha perso acqua dall’inizio degli anni ’90 e in 50 anni l’umanità ha perso circa 410 milioni di ettari di zone umide naturali, quasi la superficie dell’Unione Europea. Inoltre, circa il 70% delle principali falde acquifere nel mondo mostra un declino a lungo termine.

Questo impoverimento delle riserve d’acqua si ripercuote sulla popolazione umana: circa 2,2 miliardi di persone non dispongono ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi sono privi di servizi igienico-sanitari e quasi 4 miliardi affrontano una grave carenza d’acqua per almeno un mese all’anno.

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Fonte: ANSA




Il consumo di alimenti ultra-processati in Italia

Il consumo di alimenti ultra-processati (ultra-processed foods, UPF) sta emergendo come una questione critica di salute pubblica in tutta Europa, con crescenti evidenze che ne collegano l’assunzione eccessiva a esiti sanitari avversi tra cui malattie cardiovascolari, obesità e disturbi metabolici (Lane et al., 2024; Pagliai et al., 2021). In Italia, dove la dieta mediterranea (DM) ha tradizionalmente plasmato i modelli alimentari, comprendere gli attuali livelli di consumo di UPF è utile per informare gli interventi di politica nutrizionale. Un recente studio pubblicato su Nutrients fornisce stime aggiornate dell’assunzione di alimenti ultra-processati tra gli adulti italiani, rivelando livelli di consumo moderati rispetto ad altre nazioni europee, se pure con alcune disparità socio-demografiche (Ruggiero et al., 2025).

Disegno dello studio e metodologia

L’indagine ha impiegato un disegno trasversale per valutare le abitudini alimentari tra gli adulti italiani tra settembre 2021 e aprile 2025. I ricercatori hanno reclutato 1.629 partecipanti (79,8% donne; età media 42,1 anni) attraverso piattaforme di social media ed email, utilizzando metodi di campionamento a valanga (Ruggiero et al., 2025).

Lo studio ha utilizzato il NOVA Food Frequency Questionnaire (NFFQ), con 94 voci, specificamente progettato per categorizzare gli alimenti secondo il grado di trasformazione: alimenti non trasformati o minimamente trasformati (AMT), ingredienti culinari trasformati (ICT), alimenti trasformati (AT) e alimenti ultra-processati (Dinu et al., 2021).

L’adesione alla dieta mediterranea è stata valutata utilizzando il questionario Medi-Lite, il quale assegna punteggi da 0 a 18 basati sui modelli di consumo di nove gruppi alimentari, con i valori più elevati che indicano un maggiore livello di adesione (Sofi et al., 2014).

Risultati principali

Lo studio ha rivelato che gli alimenti ultra-processati (UPF) contribuivano al 20,0% (IC 95%: 19,5–20,6) dell’apporto energetico totale fra i partecipanti, quelli non trasformati o minimamente trasformati il 39,2%, gli alimenti trasformati il 31,8% e gli ingredienti culinari trasformati il 9,0%. Le principali fonti di UPF erano biscotti confezionati (14,9%), cioccolato (10,6%), alternative al pane inclusi cracker, grissini, friselle e taralli (9,9%), pizza e focaccia pronte da riscaldare (4,5%), bevande vegetali (4,5%) (Ruggiero et al., 2025). Questi risultati sono in linea con le precedenti stime italiane dell’indagine INHES, che riportavano il 17,3% di energia da UPF negli adulti (Ruggiero et al., 2021), suggerendo una relativa stabilità nei modelli di consumo nell’ultimo decennio.

L’analisi socio-demografica ha dimostrato variazioni significative nell’assunzione di alimenti ultraprocessati. I partecipanti più anziani (>64 anni) consumavano sostanzialmente meno UPF rispetto agli adulti più giovani (≤40 anni). Sono emerse differenze geografiche, con i residenti dell’Italia centrale e meridionale che riportavano un consumo di UPF inferiore rispetto alle controparti settentrionali. Gli individui coniugati o conviventi con partner consumavano meno UPF rispetto ai partecipanti single (Ruggiero et al., 2025).

Lo studio ha identificato una robusta relazione lineare inversa tra adesione alla dieta mediterranea e consumo di alimenti ultra-processati. I partecipanti con elevata adesione alla DM consumavano solo il 15,2% di energia da UPF, rispetto al 25,2% fra coloro con bassa adesione. Al contrario, gli individui con forte adesione alla DM derivavano il 44,6% di energia da alimenti non trasformati o minimamente trasformati, sostanzialmente superiore al 32,3% osservato nei gruppi a bassa adesione (Ruggiero et al., 2025). Questi risultati corroborano precedenti ricerche che dimostrano come i modelli alimentari mediterranei tradizionali contemplino consumi moderati di UPF (Dinu et al., 2022).

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Fonte: foodtimes.eu