OMS, FAO, OIE: monitoraggio dell’infezione da SARS CoV 2 nella fauna selvatica e prevenzione della formazione di serbatoi animali

OIE OMS FAOL’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) e l’Organizzazione mondiale per la salute animale (OIE) hanno diffuso una dichiarazione congiunta sulla priorità del monitoraggio dell’infezione da SARS CoV 2 nella fauna selvatica e sulla prevenzione della formazione di serbatoi animali.

“Mentre entriamo nel terzo anno di pandemia, SARS-CoV-2, il virus che causa COVID-19, si sta diffondendo intensamente tra le persone a livello globale. Ci sono molti fattori che alimentano la trasmissione. Uno di questi è l’emergere di varianti VOC altamente trasmissibili, l’ultima è Omicron. Il virus continua ad evolversi e il rischio della comparsa di varianti nel futuro è elevato.

Sebbene la pandemia di COVID-19 sia sostenuta dalla trasmissione da uomo a uomo, è noto che il virus SARS-CoV-2 infetta anche le specie animali. Le attuali conoscenze indicano che la fauna selvatica non svolge un ruolo significativo nella diffusione di SARS-CoV-2 negli esseri umani, ma la diffusione nelle popolazioni animali può influire sula salute di queste popolazioni e può facilitare l’emergere di nuove varianti del virus.

Oltre agli animali domestici, sono stati infettati da SARS-CoV-2 anche animali selvatici – in libertà, in cattività o d’allevamento – come grandi felini, visoni, furetti, cervi dalla coda bianca nordamericani e grandi scimmie. Ad oggi, visoni d’allevamento e criceti da compagnia hanno dimostrato di essere in grado di infettare gli esseri umani con il virus SARS-CoV-2, mentre è allo studio un potenziale caso di trasmissione tra un cervo dalla coda bianca e un essere umano.

L’introduzione di SARS-CoV-2 nella fauna selvatica potrebbe portare alla formazione di animali serbatoio. Ad esempio, è emerso che circa un terzo dei cervi dalla coda bianca selvatici negli Stati Uniti d’America è stato infettato da SARS-CoV-2, inizialmente tramite vari eventi di trasmissione uomo-cervo. I lineage rilevati nei cervi dalla coda bianca stanno circolando anche nelle popolazioni umane vicine. È stato dimostrato che i cervi dalla coda bianca diffondono il virus e lo trasmettono tra loro.

La FAO, l’OIE e l’OMS chiedono a tutti i paesi di adottare misure per ridurre il rischio di trasmissione di SARS-CoV-2 tra uomo e fauna selvatica, con l’obiettivo di ridurre il rischio di comparsa di varianti e di proteggere sia l’uomo che la fauna selvatica. Esortiamo le autorità ad adottare le normative pertinenti e a diffondere le raccomandazioni precedentemente rilasciate da FAO, OIE e OMS alle persone che lavorano a stretto contatto o manipolano la fauna selvatica, inclusi cacciatori e macellai, e al pubblico.

Il personale che lavora a stretto contatto con la fauna selvatica dovrebbe essere formato per mettere in atto misure che riducano il rischio di trasmissione tra persone e tra persone e animali, utilizzando i consigli dell’OMS su come proteggersi e prevenire la diffusione del COVID-19 e le Linee guida OIE e FAO sull’uso dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e delle buone pratiche igieniche relative agli animali, comprese le buone pratiche igieniche per cacciatori e macellai.

Le prove attuali suggeriscono che gli esseri umani non vengono infettati dal virus SARS-CoV-2 mangiando carne. Tuttavia, i cacciatori non dovrebbero rintracciare gli animali che sembrano malati o raccogliere quelli che vengono trovati morti. Appropriate tecniche di macellazione e preparazione degli alimenti, comprese appropriate pratiche igieniche, possono limitare la trasmissione di coronavirus, incluso SARS-CoV-2, e altri agenti patogeni zoonotici.

FAO, OIE e OMS sottolineano che il pubblico dovrebbe essere educato al contatto con la fauna selvatica. Alcuni animali selvatici possono avvicinarsi agli insediamenti umani e alle aree residenziali. Come precauzione generale, le persone non dovrebbero avvicinarsi o nutrire animali selvatici o toccare o mangiare coloro che sono malati o trovati morti (comprese le vittime di incidenti stradali). Dovrebbero invece contattare le autorità locali per la fauna selvatica o professionisti della salute della fauna selvatica.

È anche fondamentale smaltire in sicurezza il cibo non consumato, le mascherine, i tessuti e qualsiasi altro rifiuto umano per evitare di attirare la fauna selvatica, in particolare nelle aree urbane e, se possibile, tenere gli animali domestici lontani dalla fauna selvatica e dai loro escrementi.

Esortiamo inoltre i servizi nazionali per la salute degli animali e dell’uomo dei paesi ad adottare le seguenti misure:

– Incoraggiare la collaborazione tra i servizi veterinari nazionali e le autorità nazionali per la fauna selvatica, la cui partnership è fondamentale per promuovere la salute degli animali e salvaguardare la salute umana e ambientale.

– Promuovere il monitoraggio della fauna selvatica e incoraggiare il campionamento di animali selvatici noti per essere potenzialmente suscettibili a SARS-CoV-2.

– Condividere tutti i dati sul sequenziamento genetico provenienti dagli studi sulla sorveglianza degli animali attraverso le banche dati pubbliche disponibili.

– Segnalare casi animali confermati di SARS-CoV-2 all’OIE tramite il sistema mondiale di informazione sulla salute degli animali (OIE-WAHIS).

– Creare con attenzione i messaggi su SARS-CoV-2 negli animali in modo che percezioni pubbliche imprecise non influiscano negativamente sugli sforzi per la conservazione degli animali. Nessun animale trovato infetto da SARS-CoV-2 dovrebbe essere abbandonato, rifiutato o ucciso senza fornire una giustificazione basata su una valutazione del rischio specifica per paese o evento.

Come misura di emergenza, sospendere la vendita nei mercati alimentari di mammiferi selvatici vivi catturati.

Le nostre organizzazioni sottolineano l’importanza del monitoraggio dell’infezione da SARS-CoV-2 nelle popolazioni di mammiferi selvatici, riportando i risultati ai servizi veterinari nazionali (che segnalano i risultati all’OIE) e condividendo i dati di sequenziamento genomico su database pubblicamente disponibili. I paesi dovrebbero anche adottare precauzioni per ridurre il rischio di formazione di serbatoi animali e la potenziale accelerazione dell’evoluzione del virus in nuovi ospiti, che potrebbero portare all’emergere di nuove varianti del virus. Tali misure preserveranno la salute della preziosa fauna selvatica così come degli esseri umani.

Invitiamo i governi e gli altri soggetti interessati a portare i contenuti di questa dichiarazione congiunta all’attenzione delle autorità competenti e di tutte le parti interessate”.

Traduzione a cura della segreteria SIMeVeP




Autopsia degli animali selvatici con approccio One Health

Studiare l’impatto umano sulla fauna selvatica, ricorrendo all’11ma revisione dell’International Classification of Diseases per standardizzare, anche a fini statistici, i dati ottenuti dall’autopsia.

La crescita della popolazione umana ha portato, negli ultimi anni, a contatti sempre più frequenti con gli animali selvatici con cui condividiamo il territorio, fino ad arrivare talvolta a un’alterazione dell’equilibrio dell’ecosistema. E a casi estremi come l’uccisione di individui o di intere specie animali e vegetali considerati indesiderabili o addirittura dannosi.

Si fa dunque sempre più pressante indagare nell’ambito della fauna selvatica cause e modalità di morte.

Con questo obiettivo, un team dell’Università di Parma ha scelto di applicare i codici contenuti nell’11ma revisione dell’International Classification of Diseases (ICD-11), in modo da codificare le cause di morte riconducibili all’impatto antropico sull’ecosistema.

I ricercatori, inoltre, si sono riproposti di verificare se il ricorso all’ICS-11 sia pure un valido strumento cui il veterinario possa ricorrere al fine di riconoscere e descrivere un sospetto abuso di animali come indicatore sentinella di violenza verso umani e non umani.

Lo scopo, dunque, diventa quello di ampliare il concetto di “One Health” anche in una prospettiva di indagine forense.

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IZS Lazio e Toscana propone la creazione di un “Centro Sperimentale per l’Insetticoltura Sostenibile”

Creare un “Centro Sperimentale per l’Insetticoltura Sostenibile” presso la sezione di Viterbo dell’Istitututo Zooprofilattico Lazio e Toscana è la proposta presentata nei giorni scorsi dall’IZS.

La proposta prevede in particolare la creazione di un partenariato sulla base del modello del ‘living lab’, dove il settore della ricerca pubblica incontra quello della ricerca privata e dell’impresa, delle istituzioni locali e dei consumatori, co-progettando lo sviluppo e la validazione delle innovazioni nell’ambito dell’insetticoltura sostenibile e facilitandone il trasferimento dei risultati sul territorio.

L’allevamento di insetti su sottoprodotti di natura organica, come ad esempio gli ‘scarti’ dell’industria agro-alimentare, rappresenta oggi un formidabile strumento per reimmettere nella catena alimentare prezioso materiale spesso destinato alla distruzione. Le proteine ottenute dagli insetti possono infatti essere impiegate per la produzione di mangimi da utilizzare nell’allevamento avicolo, in quello suinicolo e nell’acquacoltura, nel pieno rispetto dell’etologia degli animali.

Gli insetti allevati su scarti organici costituiscono inoltre un’interessante fonte per la produzione di ‘molecole tecniche’ (biocarburante, lubrificanti, chitosano, etc) da impiegare nell’industria chimica, meccanica e farmaceutica.

L’insetticoltura sostenibile è, in sintesi, un’interessante opzione per il perseguimento di alcuni importanti obiettivi individuati nelle agende di istituzioni come le Nazioni Unite (Agenda 2030) e la Commissione Europea (‘Farm to Fork’; ‘Climate Neutrality by 2050’).

‘Insieme – dichiara Ugo Della Marta Direttore Generale – è possibile studiare modelli di ‘piccole economie circolari’ locali per l’allevamento di insetti da sottoprodotti/scarti organici. La biomassa d’insetto prodotta attraverso la bioconversione degli scarti organici potrà essere avviata alla trasformazione in mangimi (già autorizzati per alcune specie allevate), alimenti e molecole tecniche, con l’obiettivo di creare nuove opportunità di crescita economica per il territorio e, al contempo, di migliorare la sostenibilità ambientale delle filiere produttive che su questo insistono.

Alla discussione ampia ed articolata, moderata dal direttore sanitario dell’Istituto, Andrea Leto hanno partecipato tutti gli interlocutori, che nelle loro specificità hanno manifestato grande interesse per il progetto condividendo la proposta di stipulare di un accordo quadro che metta insieme gli interessi dei vari enti ed organismi per realizzare congiuntamente attività scientifiche attraverso proposte progettuali, progetti di ricerca, corsi di formazione, attivazione e promozione di nuove iniziative basate sulla compartecipazione in relazione ad aree tematiche di interesse comune.

La realizzazione di un progetto con tali caratteristiche rappresenta una esperienza unica nel panorama nazionale, in un settore in forte espansione e dal sicuro impatto ai fini della sostenibilità ambientale.

Fonte: Comunicato IZS Lazio e Toscana




L’analisi dell’intero genoma come strumento fondamentale nella lotta alle malattie a trasmissione alimentare causate da Listeria Monocytogenes

Listeria monocytogenesDue lavori scientifici mostrano come il sequenziamento completo del genoma batterico possa giocare un ruolo determinante nella prevenzione di questa patologia

Le più avanzate tecniche di indagine genomica costituiscono un’arma decisiva nelle strategie di controllo della listeriosi, un’infezione batterica che, sebbene più rara rispetto ad altre patologie infettive trasmesse dagli alimenti (come la salmonellosi, ad esempio), determina la più alta percentuale di ospedalizzazione e mortalità. È quanto emerge da due ricerche condotte dal Laboratorio Nazionale di Riferimento per Listeria monocytogenes dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise. Le prime autrici dei lavori, pubblicati sulle riviste scientifiche Frontiers in Microbiology e Foods, sono, rispettivamente, Alexandra Chiaverini e Gabriella Centorotola.

I ricercatori IZSAM hanno utilizzato il sequenziamento completo del genoma batterico (Whole-Genome Sequencing, WGS) con due obiettivi: da un lato tracciare con precisione l’origine dei focolai infettivi, dall’altro migliorare la sorveglianza a livello di produzione, distribuzione e conservazione dei prodotti alimentari.

“La tecnologia del WGS – dice Chiaverini – rappresenta un supporto molto importante in tutti questi casi. Il sequenziamento completo del genoma batterico, infatti, si affianca all’indagine epidemiologica classica permettendoci non solo di tracciare con precisione l’origine delle infezioni, ma anche di caratterizzare a fondo lo specifico ceppo responsabile. Questo significa conoscere il suo grado di virulenza e le resistenze che potrà presentare, sia per quanto riguarda la terapia nei casi umani, sia nelle procedure di pulizia e disinfezione impiegate dagli stabilimenti alimentari e dalla catena di distribuzione”.

Listeria monocytogenes – aggiunge Centorotola – è un batterio che presenta grandi capacità di adattamento. In uno stabilimento di produzione, ad esempio, potrebbe essere riscontrato un particolare ceppo resistente a determinati disinfettanti, e allora potremmo vederlo permanere vitale anche dopo ripetute esecuzioni di pulizia e disinfezione. L’analisi dell’intero genoma ci permette di aiutare le aziende nell’indirizzare con precisione i loro interventi, se necessario modificando il piano di autocontrollo HACCP”.

“Il Laboratorio Nazionale di Riferimento per L. monocytogenes – conclude il dottor Francesco Pomilio, Responsabile del Laboratorio – in collaborazione con il Centro di Referenza Nazionale per Sequenze Genomiche di microrganismi patogeni: banca dati e analisi di bioinformatica, dispone delle apparecchiature più moderne per contribuire alla tutela della salute pubblica, lavorando per l’intera comunità, includendo gli attori pubblici e privati”.

Per saperne di più sulla listeriosi: https://lnr.izs.it/listeria/common/mostra_articolo.do?id=6

Fonte: IZS Teramo




Vaiolo delle scimmie trasmesso dai cani…l’ennesima fake news

Se qualcuno pensava che la “saga delle bufale mediatiche” avesse toccato l’apice con la pandemia da Covid-19, per la quale la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità aveva coniato l’espressione “infodemia”, quel qualcuno s’illudeva alla grande!

Alla colossale fake news dei cani che trasmetterebbero l’agente responsabile dei casi di “epatite acuta grave” (da causa tuttora ignota, peraltro) recentemente osservati nella popolazione pediatrica del Regno Unito e di altri Paesi europei (Italia compresa) e non, si è infatti associata l’altra gigantesca bufala che ancora una volta ascriverebbe al miglior amico dell’uomo (e non già al “cane della prateria”, che a tutt’altra specie appartiene!), il ruolo di potenziale ospite e diffusore di “monkey poxvirus”, il virus del vaiolo delle scimmie.

Detto altrimenti, mentre cambia la “materia del contendere”, non cambia l’approccio alla materia, vista e considerata altresì la pressoché totale e perdurante assenza dei Medici Veterinari dalla scena mediatica.

Per buona pace, giustappunto, della “One Health”, la salute unica di uomo, animali ed ambiente!

Giovanni Di Guardo

Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo




Crisi umanitaria e CoViD-19 in Ucraina

L’immane catastrofe umanitaria vissuta dall’Ucraina e dal suo fiero popolo per via della scellerata invasione perpetrata dal folle leader russo Vladimir Putin andrebbe letta e narrata tenendo in debito conto anche la pandemia da SARS-CoV-2, il famigerato betacoronavirus responsabile della CoViD-19.

A tal proposito, le oltre 100.000 morti provocate in due anni dal virus in quel Paese fanno il paio con un esiguo tasso di vaccinazione anti-SARS-CoV-2 della popolazione ucraina, che si attesterebbe intorno al 35%.

La verosimile conseguenza di tutto cio’ sara’ un consistente aumento dei casi d’infezione da SARS-CoV-2, tanto piu’ a motivo dei frequenti e prolungati assembramenti di quella martoriata popolazione (spesso in assenza di adeguati dispositivi di protezione individuale) nei bunker piuttosto che nei sotterranei della metropolitana e degli ospedali, nonche’ nelle stazioni ferroviarie, assembramenti resi inevitabili dagli incessanti quanto drammatici bombardamenti non solo di obiettivi militari, ma anche civili da parte delle forze armate russe.

In un siffatto scenario, che a dire il vero sembra esser rimasto “un po’ in disparte” nella narrazione dell’immane tragedia umanitaria vissuta dalla gente ucraina, l’emergenza e la successiva diffusione di nuove varianti di SARS-CoV-2 dotate di elevata trasmissibilita’ (vedi “omicron”) o, peggio ancora, di marcata patogenicita’ (vedi “delta”) appare un’evenienza probabile oltre che biologicamente plausibile ed, in quanto tale, una sorta di “dramma nella catastrofe”!

Giovanni Di Guardo, gia’ Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria all’Universita’ di Teramo.




Rendere i sistemi agroalimentari più resilienti agli shock: lezioni apprese dalla Pandemia da COVID-19

FAO I Paesi devono rendere i propri sistemi agroalimentari più resilienti agli shock improvvisi, come quelli osservati durante la pandemia da COVID-19, che si è rivelata uno dei fattori principali della crescita recente dei livelli di insicurezza alimentare nel mondo.

Secondo il nuovo rapporto, pubblicato oggi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), senza una preparazione appropriata, di fronte ad eventi traumatici imprevedibil,i i sistemi agroalimentari saranno sempre più minacciati.

L’ultima edizione del Rapporto sullo Stato dell’Alimentazione e dell’Agricoltura (SOFA) è intitolata “Rendere i sistemi agroalimentari più resilienti agli shock e ai fattori di stress.” Il rapporto fornisce una valutazione della capacità dei sistemi agroalimentari nazionali di rispondere o di riprendersi rapidamente da fattori traumatici o di stress. Fornisce, inoltre, ai governi, una guida per trovare strumenti adeguati a migliorare la resilienza.

Oggi, ci sono circa tre miliardi di persone che non possono permettersi una dieta sana. Il rapporto SOFA 2021 stima che questa cifra potrebbe aumentare di un miliardo, qualora uno shock dovesse ridurre i redditi di un terzo. Inoltre, fino a 845 milioni di persone potrebbero assistere a una crescita del costo del cibo, laddove i fondamentali collegamenti di trasporto dovessero subire interruzioni. Il rapporto definisce “shock”: una “deviazione di breve periodo di trend di lungo periodo, con effetti negativi sostanziali su un sistema, sullo stato di benessere delle persone, sui loro beni, mezzi di sostentamento, sicurezza, e capacità di resistere a futuri eventi simili.” Alcuni esempi includono fenomeni climatici estremi, il diffondersi di malattie e infestazioni animali o delle piante.

Anche prima della pandemia da COVID-19, il mondo era in ritardo rispetto agli obiettivi di sconfiggere la fame e la malnutrizione entro il 2030. Mentre la produzione di cibo e le filiere alimentari sono sempre state storicamente vulnerabili agli eventi climatici estremi, ai conflitti armati o all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari globali, la frequenza e la gravità di tali shock continua a crescere.

La pubblicazione di questo rapporto giunge al momento giusto.

“La pandemia ha evidenziato sia la resilienza che le debolezze dei nostri sistemi alimentari” ha affermato il Direttore Generale della FAO, QU Dongyu, alla cerimonia virtuale per la presentazione del rapporto, alla quale ha fatto seguito un panel di discussione presieduto dal Capo Economista della FAO, Maximo Torero Cullen, con decisori politici e del mondo accademico.

Azioni concrete

I sistemi agroalimentari – una rete complessa di attività coinvolte nella produzione, stoccaggio, lavorazione, trasporto, distribuzione e consumo di beni alimentari e non – producono 11 miliardi di tonnellate di cibo all’anno, offrendo lavoro, direttamente o indirettamente, a miliardi di persone. È pertanto evidente l’urgenza di rafforzare la loro capacità di affrontare gli shock.

Il rapporto presenta indicatori sulla resilienza dei sistemi agroalimentari a livello nazionale di oltre cento paesi, analizzando fattori come la rete di trasporti, i flussi commerciali, la disponibilità di alimenti sani e diete diversificate.

Nonostante i paesi a basso reddito debbano affrontare, generalmente, sfide maggiori, il rapporto indica che anche i paesi a reddito medio sono a rischio. In Brasile, per esempio, il 60 percento del valore dell’export nazionale è legato ad un unico partner commerciale. Questo non lascia molte alternative, in caso di shock vissuto da un paese partner. Anche i paesi ad alto reddito, come l’Australia o il Canada, sono a rischio, a causa delle lunghe distanze previste per la distribuzione degli alimenti. Per quasi la metà dei paesi analizzati dagli esperti della FAO, la chiusura delle fondamentali vie di collegamento potrebbe aumentare i tempi di trasporto del 20 percento o più, facendo così lievitare i costi e i prezzi al dettaglio.

Sulla base delle evidenze del rapporto, la FAO raccomanda ai governi di rendere la resilienza dei propri sistemi agroalimentari parte integrante della risposta strategica alle sfide presenti e future.

La strategia chiave è “diversificare”: dalle fonti di input, produzione, mercati e filiere di approvvigionamento, fino agli attori. Perché la diversità fornisce percorsi diversi per assorbire gli shock. Sostenere lo sviluppo di piccole e medie imprese agroalimentari, cooperative, consorzi e cluster contribuisce a mantenere la diversità nelle filiere agroalimentari domestiche.

Un altro fattore chiave è la connettività. Una rete agroalimentare ben connessa permette di superare le difficoltà in mondo più rapido, cambiando fonti di approvvigionamento, canali per il trasporto, commercializzazione, risorse e mano d’opera.

Infine, rafforzare le capacità di resilienza delle famiglie vulnerabili è fondamentale per assicurare un mondo libero dalla fame.  Questo può essere fatto attraverso un migliore accesso alle risorse, a fonti di reddito diversificate e programmi di protezione sociale in caso di shock.

“Il rapporto SOFA riflette gli sforzi della FAO volti ad aumentare la resilienza e stabilisce nuovi indicatori per aiutare i paesi membri a misurare la capacità di resilienza dei loro sistemi agroalimentari e identificare le lacune per volgere al miglioramento “, ha concluso Qu.

Fonte: FAO




I cavalli allo stato brado hanno livelli di benessere inferiore rispetto a quelli che vivono in scuderia ed impegnati in attività di lavoro

Una nuova ricerca IZSAM mostra che, analizzando i livelli di cortisolo nel crine, è possibile ottenere una stima del livello di benessere sperimentato dai cavalli

La minaccia di predatori, la ricerca di cibo ed acqua, le dinamiche sociali. Potrebbero essere questi gli elementi che provocherebbero un maggiore livello di stress nei cavalli allo stato brado rispetto a quelli scuderizzati e sotto la gestione dell’uomo. Sono i risultati di uno studio condotto dal Reparto Benessere Animale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo e pubblicato sulla rivista scientifica Animals.

I ricercatori hanno preso in esame complessivamente 47 cavalli, divisi in tre gruppi: sedici appartenenti alla Polizia di Stato di Ladispoli, dove svolgevano attività addestrativa e lavoro in campo; altri sedici impegnati in servizi di ordine pubblico, sempre in forze alla Polizia di Stato di Roma; quindici cavalli, infine, mantenuti allo stato brado sulle montagne dell’Abruzzo, e reperiti tramite la collaborazione di un allevatore locale. Tutti i soggetti inclusi nello studio erano stati preventivamente selezionati in base all’assenza di patologie di carattere acuto e cronico e seguendo i principali parametri di valutazione del protocollo “AWIN” di valutazione del benessere. I cavalli selezionati sono stati quindi sottoposti ad analisi dei livelli di cortisolo presente nel crine.

Leggi l’articolo integrale sul sito dell’Istituto Zooprofilatico Sperimentale Abruzzo e Molise




Consumo di suolo: nel 2021 il valore più alto degli ultimi 10 anni

albero, proteggereCon una media di 19 ettari al giorno, il valore più alto negli ultimi dieci anni, e una velocità che supera i 2 metri quadrati al secondo, il consumo di suolo torna a crescere e nel 2021 sfiora i 70 km2 di nuove coperture artificiali in un solo anno. Il cemento ricopre ormai 21.500 km2 di suolo nazionale, dei quali 5.400, un territorio grande quanto la Liguria, riguardano i soli edifici che rappresentano il 25% dell’intero suolo consumato.

Como, Impruneta e Marano di Valpolicella si aggiudicano la prima edizione del concorso ISPRA e conquistano il titolo di “Comune Risparmia suolo” del 2022.




Alfabetizzazione sanitaria, una priorità per il nostro Paese

Stando ai dati scaturiti da un’indagine resa pubblica una decina di anni fa da L’infedele, la celebre trasmissione televisiva magistralmente condotta da Gad Lerner, la popolazione italiana di età compresa fra i 18 e i 65 anni sarebbe risultata affetta da una condizione di analfabetismo totale (5%), di semi-analfabetismo (33%) o di analfabetismo funzionale (33%). Si tratterebbe di una “fotografia” che, per quanto impietosa, riguarderebbe ben 30 milioni di nostri connazionali, ieri come oggi (temo), ahimé/ahinoi.

Va da sé che nell’epoca dei social, ove la scena mediatica è popolata da notizie spesso e volentieri destituite di qualsivoglia attendibilità e/o dei più elementari fondamenti scientifici – come l’infodemia caratterizzante la presente era pandemica eloquentemente dimostra -, chi “la spara più grossa” e, soprattutto, chi lo fa per primo, ha le migliori chance di “successo comunicativo” nei confronti di questa folta platea, le cui reazioni passerebbero prevalentemente, se non esclusivamente, per la “pancia”.

In tali dinamiche troverebbero così spiegazione l’assurda “ondata di sfiducia” nei confronti dei (pur salvifici ed efficaci) vaccini anti-CoViD-19, resi disponibili a meno di un anno dall’avvenuta identificazione del virus SARS-CoV-2 (un autentico miracolo della Scienza!), nonché i “processi mediatici” intentati nei confronti di autorevoli Donne e Uomini di Scienza, che – a titolo puramente esemplificativo ed in totale ossequio al principio della “Scienza basata sull’evidenza” – hanno dedicato un’intera vita allo studio degli agenti virali e delle complesse relazioni virus-ospite.

In un siffatto contesto, l’alfabetizzazione sanitaria appare una priorità assoluta per il nostro Paese, a cominciare dalle ragazze e dai ragazzi nella loro più tenera età scolare, conditio sine qua non affinché le stesse e gli stessi imparino a districarsi agevolmente nella giungla dei social discernendo le fonti e le notizie affidabili rispetto a quelle che tali non sono.

Giovanni Di Guardo
Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo