Per sfamare il pianeta dovremmo allevare roditori?

 Per sfamare una popolazione mondiale in continua crescita in maniera sostenibile dovremmo allevare i roditori? Ne parla un articolo di Giovanni Ballarini su Georgofili.info, notiziario di informazione a cura dell’Accademia dei Georgofili

Cutty Sark è il nome di uno delle più famose navi a vela veloci adibite al trasporto delle merci sulle rotte oceaniche (da New York a San Francisco via Capo Horn), utilizzate fin sul finire del XIX secolo prima della ferrovia transcontinentale americana e l’apertura del Canale di Panama. Una leggenda su questa nave racconta che l’equipaggio non soffriva di scorbuto, perché durante la navigazione il cibo a bordo veniva  integrato con i ratti, le cui carni contengono vitamina C. Secondo la leggenda, si tratta di un’abitudine  dei marinai di origine africana, che seguivano antiche abitudini alimentari delle terre d’origine, dove i topi e i ratti sono denominati ‘quaglie dei poveri’.

Mangiare piccoli animali non è comunque una cosa così strana. Ad esempio nel Medioevo europeo l’alimentazione a base di carne comprendeva: cervi, caprioli, daini e altri grandi ruminanti destinati ai signori, mentre cinghiali e maiali erano per commercianti e artigiani. Il popolo si accontentava delle carni minute di una miriade di piccoli animali che comprendevano conigli e altri roditori, uccelli di ogni taglia dai colombi ai passeri, gatti e altre bestiole catturate con i più diversi mezzi. Oggi il solo pensiero di mangiare un topo o un ratto innesca una forte reazione di disgusto nella maggior parte degli occidentali, ma per molte persone nel mondo un roditore è una delizia culinaria come ha fatto notare anche Karl Gruber (*).

Cibarsi di roditori non è quindi una nuova tendenza: le cavie sono i primi roditori addomesticati e allevati in Perù nel 2.500 a. C. In Cina, durante la dinastia Tang (618-907 d.C.), i ratti sono denominati cervi domestici e si mangiano anche appena nati ripieni di miele, in una maniera che ricorda i ghiri al miele degli antichi romani. Roditori di piccola taglia non sono quindi sgraditi ma ricercati anche dai ricchi. I ratti sono un alimento anche in alcuni Paesi dell’Indocina. In Sud e Centro America diverse specie di roditori sono molto apprezzate in cucina anche in preparazioni gastronomiche e alcune sono allevate in modo simile agli animali domestici.

I ratti della canna da zucchero (Thryonomys swinderianus), presenti in tutta l’Africa occidentale e centrale, sono roditori che raggiungono i sessanta centimetri di lunghezza e un peso di dieci chilogrammi. Sono cacciati come altri animali selvatici o allevati in Benin, Togo, Camerun, Costa d’Avorio, Gabon, Ghana, Nigeria, Senegal e altri paesi. Per i curiosi, sono già serviti in alcuni ristoranti africani in Europa, a Londra come a Parigi.  L’agouti (Dasyprocta punctata), il capibara (Hydrochoerus hydrochoerus) e la nutria (Myocastor coypus) sono trasformati in piatti in diversi paesi dell’America Latina. In Perù il cuy, cavia o porcellino d’India (Cavia porcellus), è una prelibatezza gastronomica. In Italia istrici e scoiattoli sono stati a lungo tempo considerati cibo. In molti paesi e regioni, la carne di roditori è quindi una componente della dieta delle persone, non solo dei poveri, ed è apprezzata per il suo gusto.

I roditori sono l’ordine di mammiferi più numeroso in termini di specie (probabilmente non in termini di biomassa), comprendente circa il 43% delle specie totali attualmente esistenti. Il loro successo è dovuto alla piccola taglia, al breve ciclo riproduttivo e all’abilità di rosicchiare e mangiare un’ampia varietà di cibo. L’uso alimentare dei roditori da parte dell’uomo è quasi esclusivamente un fenomeno culturale e per questo, almeno nelle molte aree del mondo dove questi animali già da tempo immemorabile sono consumati come cibo, alcuni esperti suggeriscono che allevare e mangiare roditori potrebbe essere una soluzione per alleviare i problemi di fame e malnutrizione. Un’idea non nuova, perché secondo un rapporto della Fao, almeno undici specie di roditori sono utilizzate in tutto il Centro e Sud America come fonti di carne, e un numero simile di specie viene consumato in Africa, creando allevamenti di animali di piccola taglia, ma di grande produttività e con la capacità di usare alimenti di scarto e sottoprodotti non competitivi con l’alimentazione umana.

Secondo le stime della Fao, la popolazione sulla Terra dovrebbe raggiungere i nove miliardi entro il 2050, richiedendo un aumento del 50% della produttività alimentare, soprattutto di carne. I roditori potrebbero essere un modo per contribuire ad affrontare il problema di un pianeta che non può sostenere la prevista domanda di proteine della carne. Questi animali potrebbero essere trasformati in cibo, in modo analogo a quanto sta avvenendo per gli insetti. Tutto questo considerando gli importanti se non determinanti aspetti culturali , sapendo che per una parte della popolazione mondiale mangiare roditori non sarebbe una novità, ma un ‘ritorno al futuro’.

Fonte: ilfattoalimentare.it




Le nanoplastiche possono risalire la catena alimentare dalle piante ai pesci

microplasticheChe fine fanno le nanoplastiche, una volta che si sono formate e sono rilasciate nell’ambiente? La domanda è fondamentale, per capire se e in quale modo questi frammenti di plastica di dimensione inferiore al millesimo di millimetro, arrivino agli esseri umani attraverso la catena alimentare e per indagare i possibili effetti tossici che sono già stati dimostrati a carico delle piante e di diverse specie di animali invertebrati e vertebrati. Finora questa domanda non aveva molte risposte, date la difficoltà di condurre studi in un settore ancora in gran parte inesplorato e la carenza di metodologie efficaci. Per esempio, non si sapeva in che modo interagissero con il complesso ecosistema del suolo, anche se è noto che può essere contaminato attraverso le piogge, l’irrigazione con acque reflue, la dispersione di fanghi di depurazione e la pacciamatura con film di plastica. 

Ora però uno studio appena pubblicato su Nano Today dai ricercatori dell’Università della Finlandia Orientale traccia un primo itinerario possibile, che segue la catena alimentare e arriva fino agli esseri umani: le piante commestibili (in primo luogo quelle coltivate sul terreno, e che quindi potrebbero captare molte nanoplastiche proprio dal suolo e dalle acque che lo bagnano), poi da loro agli insetti e dagli insetti ai pesci.
I ricercatori hanno messo a punto un metodo per tracciare le nanoplastiche lungo la catena alimentare

Gli autori hanno infatti messo a punto un metodo che sfrutta il gadolinio, un tracciante comunemente impiegato in medicina nucleare, per marcare frammenti del diametro di 250 nanometri di due tra i polimeri più diffusi, il PVC e il polistirene. Il metodo è stato quindi applicato a un modello di catena alimentare costituito da tre livelli: lattuga, larve di mosche soldato nere e pesci insettivori. Nello specifico, le piante di lattuga sono state coltivate per 14 giorni in un terreno contaminato. Alla fine delle due settimane, le lattughe sono state utilizzate come cibo per le larve di mosca per cinque giorni, dopo i quali queste ultime sono state somministrate ai pesci per altri cinque giorni.

Le immagini al microscopio elettronico di sezioni di lattuga, larve e pesci hanno poi mostrato quanto le particelle di plastica entrino negli organismi. Per quanto riguarda la lattuga, esse passano dalle radici e si accumulano nelle foglie. Da lì si trasferiscono agli insetti, che infatti mostrano le stesse particelle, senza apparenti processi metabolici di degradazione, tanto nello stomaco quanto nell’intestino. E lì restano anche quando le larve sono tenute a digiuno per 24 ore e hanno quindi svuotato l’apparato digerente, una scoperta particolarmente preoccupante. Infine, anche i pesci nutriti con le larve contengono le stesse nanoplastiche, in particolare nelle branchie, nell’intestino e nel fegato, dove l’accumulo è più elevato rispetto a tutte le altre sedi, mentre non ve n’è traccia nel cervello. Con ogni probabilità dai pesci le nanoplastiche giungono poi, direttamente o indirettamente, agli altri anelli della catena alimentare, esseri umani compresi.
Le nanoplastiche sono state trovate all’interno delle foglie di lattuga, nell’intestino delle larve e nell’apparato digerente e nelle branchie dei pesci

Sia nella lattuga che nelle mosche e poi nei pesci sono presenti entrambi i polimeri, ma il polistirene in quantità minori, a dimostrazione di come ci siano differenze anche rilevanti tra le diverse tipologie di plastica. In generale sono comunque in grado di penetrare in profondità nelle catene alimentari senza risentirne e accumulandosi in alcuni organi più che in altri. 

Anche se è necessario confermare quanto scoperto, concludono gli autori, non ci sono motivi per pensare che fenomeni molto simili, se non identici, accadano con tutte le nanoplastiche e con tutte le piante, con gli insetti che se ne nutrono e con gli organismi superiori che, a loro volta, hanno una dieta a base di insetti. E dai pesci alle persone il passo è molto breve, spesso diretto.

Fonte: ilfattoalimentare.it




I sonar militari minacciano la vita in mare!

E’ pubblicata sulla prestigiosa rivista londinese “Veterinary Record”  la Letter to the Editor dal titolo “Impact of naval sonar systems on sealife mortality“, a firma di GiovanniDi Guardo, gia’ Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo, insieme al Professor Antonio Fernández, Full Professor of Veterinary Pathologic Anatomy, Institute of Animal Health, University of Las Palmas de Gran Canaria, Arucas, Las Palmas, Gran Canaria, Canary Islands, Spain e al Dr Paul D Jepson, Honorary Senior Scientist, Institute of Animal Health, University of Las Palmas de Gran Canaria, Arucas, Las Palmas, Gran Canaria, Canary Islands, Spain.

Esattamente 20 anni fa, nell’Arcipelago delle Isole Canarie, si verificò uno spiaggiamento di massa di Zifidi, cetacei capaci di immergersi fino a 2.000 metri di profondità. Tale evento occorse in stretta connessione spazio-temporale con un’esercitazione della marina militare statunitense, durante la quale era stato fatto ricorso all’utilizzo di dispositivi sonar. L’equipe del Professor Antonio Fernández fu in grado di dimostrare, di lì a breve, il ruolo delle onde rilasciate dai sonar nel determinismo del succitato evento, dal cui studio emerse che una “sindrome embolica gassoso-lipidica” – condizione patologica simile alla “malattia da decompressione” dei sommozzatori – aveva interessato gli Zifidi spiaggiatisi in massa alle Isole Canarie.

Destano fondati motivi di preoccupazione, al riguardo, le esercitazioni militari recentemente condotte in acque mediterranee, così come quelle in corso di svolgimento e/o programmate nelle acque norvegesi ed asiatiche, che risulterebbero accomunate fra loro dall’impiego di dispositivi sonar.

Riferiscono il Prof. Antonio Fernández, il Dr Paul D. Jepson ed il Professor Giovanni Di Guardo i quali concludono:

Stiamo parlando, infatti, di specie e popolazioni animali oltremodo vulnerabili e sempre più minacciate per mano dell’uomo, che vivono all’interno di sempre più fragili e perturbati ecosistemi marini.




Il ruolo dei pipistrelli nella tutela delle foreste. E delle aree agricole circostanti

Un recente studio italiano analizza la dieta di due rare specie di pipistrelli forestali, il barbastello e l’orecchione bruno, mostrando come sia basata su una grande quantità d’insetti nocivi per la vegetazione. La predazione da parte di questi due chirotteri risulta un vantaggio sia per il bosco in cui vivono sia per le aree coltivate circostanti. Tutelare il barbastello e l’orecchione bruno, quindi, significa salvaguardare non solo le foreste, con i servizi ecosistemici che ci offrono, ma anche l’agricoltura.

Su Scienza in rete abbiamo più volte scritto di come i pipistrelli, pur spesso percepiti negativamente (per esempio, in relazione alle zoonosi), abbiano in realtà un enorme valore per gli ecosistemi, per esempio per il controllo che possono esercitare sugli insetti nocivi. La maggior parte degli studi sul ruolo dei chirotteri insettivori si è finora svolta negli Stati Uniti e si è concentrata soprattutto su alcune specie piuttosto diffuse e sugli ambienti di maggior valore economico per le nostre attività, come le aree agricole. Ora, un lavoro condotto da ricercatori e ricercatrici dell’Università Federico II di Napoli, Università di Milano Bicocca e dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del CNR inizia a raccogliere alcune informazioni importanti anche per l’Italia, informazioni tanto più preziose perché riguardano due specie di chirotteri già rare e minacciate.

Lo studio, che vede come primo autore Leonardo Ancillotto ed è guidato da Danilo Russo, entrambi dell’Università Federico II di Napoli, analizza la dieta del barbastello (Barbastella barbastellus) e dell’orecchione bruno (Plecotus auritus) mostrando come le due specie, pur essendo legate all’ambiente forestale – e in particolare quello delle foreste non gestite dagli umani – possano contribuire a tutelare tanto il bosco quanto le aree agricole circostanti, perché si nutrono di numerose specie di insetti nocivi per le piante.

Il rifugio nelle foreste antiche

«Questo studio s’innesta su due filoni di ricerca che abbiamo in corso, l’uno riguardante l’ecologia dei pipistrelli forestali, relativamente poco conosciuti, e l’altro sulla dieta dei chirotteri, per la quale le tecniche molecolari messe a punto negli ultimi vent’anni hanno consentito di raggiungere un dettaglio molto maggiore di quello possibile in precedenza», spiega Russo. «Sia il barbastello sia l’orecchione bruno sono insettivori strettamente legati alle foreste mature: per questa ragione, il nostro studio si è svolto nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, che comprende faggete rimaste indisturbate per almeno cinquant’anni».

In questo ecosistema si trovano quindi molte generazioni forestali, alberi morti e altri elementi che sostengono una notevole biodiversità (non a caso, si trovano qui anche altre specie rare come il picchio di Lilford e la rosalia delle Alpi). Si tratta di un ambiente non unico, ma certo non molto diffuso in Europa dove, sebbene la copertura forestale sia aumentata nel corso degli ultimi anni, le foreste indisturbate, cioè non soggette alla gestione umana da almeno cinquant’anni, si attesta solo intorno al 2,2%. Nelle faggete del Parco, la presenza di alberi maturi, dal tronco molto più spesso di quello che potrebbe trovarsi, per esempio, nei boschi cedui, consente ai pipistrelli di reperire rifugi idonei: in particolare, il barbastello è legato alle cavità di desquamazione dei tronchi morti, mentre l’orecchione bruno utilizza cavità più profonde, come quelle scavate dai picchi.

Una dieta ricca di specie nocive

Per un mese (tra giugno e luglio 2019), autori e autrici dello studio hanno catturato i pipistrelli e li hanno tenuti per breve tempo in borse di cotone, dalle quali hanno poi prelevato gli escrementi prima di liberare gli animali. Gli escrementi sono quindi stati analizzati per identificare il DNA degli insetti ingeriti, dal quale è stato poi possibile risalire alla specie, o almeno al genere.

«Ci aspettavamo che la dieta dei pipistrelli comprendesse molti insetti essenzialmente forestali, e potesse quindi avere un ruolo nella tutela del bosco dalle specie nocive», spiega Russo. «Ma dall’analisi sono emersi due elementi importanti. Il primo è che questi pipistrelli si alimentano di insetti che non sono nocivi solo per l’ecosistema forestale ma anche per le aree agricole circostanti, tra cui molti lepidotteri (l’ordine che comprende falene e farfalle), ditteri che sono noti per il loro impatto sulle coltivazioni e anche specie nocive emergenti, in particolare il Nysius cymoides o ligeide della colza, un emittero fitofago che ha creato importanti danni alle coltivazioni negli ultimi anni. E, anche se le tecniche molecolari impiegate non ci consentono di ottenere stime quantitative, abbiamo visto che la frequenza di questi insetti nella dieta dei pipistrelli è significativa e può avere un impatto importante nella tutela delle piante: per esempio, la dieta dell’orecchione bruno può includere fino all’85% di insetti nocivi».

Primo messaggio chiave che emerge dall’analisi, quindi, è che tutelare l’habitat dell’orecchione bruno e del barbastello significa non solo proteggere la foresta da questi insetti, ma anche le aree agricole circostanti che possono esserne danneggiate. Infatti, non solo alcuni di questi insetti popolano entrambi gli ecosistemi, ma almeno il barbastello si spinge a cacciare anche su areali ampi, uscendo dal bosco e nutrendosi sui campi intorno.

Diete complementari

«Un secondo elemento interessante emerso dall’indagine è che la dieta del barbastello e dell’orecchione bruno risultano complementari, cioè vi è una sovrapposizione solo parziale delle specie di cui si nutrono», spiega ancora Russo. Infatti, dei 71 gruppi d’insetti di cui si nutre il barbastello e dei 69 individuati per l’orecchione bruno, solo 52 sono “in comune”, predati da entrambe le specie.

Questo dipende, in parte, dalle diverse tecniche di caccia attuate dalle due specie. Alcune falene, per esempio, hanno evoluto organi timpanici che consentono loro di percepire l’arrivo del predatore e mettere in campo manovre evasive (per esempio lasciandosi cadere o effettuando dei loop in volo) e che le rendono relativamente resistenti alla predazione di numerose specie di chirotteri insettivori. Ma, nel caso del barbastello e dell’orecchione bruno, queste strategie non sono sufficienti: nella corsa agli armamenti che caratterizza le relazioni tra preda e predatore, anche i pipistrelli hanno evoluto dei sistemi che consentono loro di arrivare alla falena. Il barbastello, per esempio, emette ultrasuoni molto deboli (si parla di stealth echolocation, cioè di un’ecolocazione discreta, invisibile) che la falena può percepire solo quando ormai il predatore è vicino e la fuga impossibile; l’orecchione bruno, invece, è in grado di udire passivamente il rumore che la falena produce quando si posa sulla vegetazione.

«Unito al fatto che le due specie sfruttano territori di caccia parzialmente differenti, con l’orecchione più legato all’ambiente forestale e il barbastello in grado di allargarsi anche alle aree circostanti, queste diverse strategie di caccia sono probabilmente alla base della complementarità osservata nella dieta», continua il ricercatore. «Comunque, il fatto che B. barbastellus e P. auritus si nutrano di insetti differenti indica come, mantenendo in buona salute le comunità di pipistrelli, sia possibile massimizzare i vantaggi che offrono, agendo su numerosi gruppi diversi di insetti nocivi».

Due al prezzo di uno: la protezione di bosco e aree agricole

«Di solito, sono le specie più abbondati in un dato areale a fornire la maggior parte dei servizi ecosistemici. Per questa ragione, sono scarsi gli studi che si concentrano sul ruolo ecologico delle specie rare; tuttavia, da quanto emerge dal nostro lavoro, sia il barbastello che l’orecchione bruno sono dei veri e propri specialisti, delle “truppe d’assalto” per la protezione del bosco», commenta Russo. Lo studio della dieta non può dimostrare in modo inoppugnabile che la predazione da parte di queste due specie consenta di tenere sotto controllo, dal punto di vista demografico, le popolazioni d’insetti; per questa ragione, si preferisce parlare di ruolo di “soppressione”, piuttosto che di controllo vero e proprio. Tuttavia, il fatto che la dieta dei due pipistrelli sia così ricca di specie nocive suggerisce un ruolo comunque molto importante nella tutela degli ecosistemi forestali e degli agroecosistemi.

Tanto il barbastello quanto l’orecchione bruno sono specie a rischio in Italia: il primo è a oggi classificato come in pericolo dalla IUCN, mentre il secondo è classificato come prossimo alla minaccia: una delle ragioni principali è la perdita di habitat, proprio a causa della scarsità di boschi indisturbati presenti sul nostro territorio. Se si considerano insieme l’enorme valore delle foreste, in termini di servizi ecosistemici che ci forniscono, e il ruolo dei pipistrelli forestali nella protezione sia del bosco sia delle aree agricole circostanti, diventa particolarmente evidente quanto importante sia proteggere questi ecosistemi, messi spesso a rischio non solo da una gestione poco sostenibile ma anche dagli effetti del cambiamento climatico, come gli incendi, che favoriscono anche in molti casi la diffusione d’insetti nocivi.

«È noto che i pipistrelli che abitano le aree agricole siano una protezione per le coltivazioni, ma molto meno noto è il ruolo che hanno anche le specie forestali. La possibile azione di protezione di entrambi gli ecosistemi da parte delle due specie che abbiamo studiato, invece, sottolinea ancora una volta quanto la tutela della biodiversità possa portare a benefici che superano il singolo sistema tutelato. In più, vale la pena notare che di molti insetti non manifestano un comportamento da “nocivo” solo perché sono tenuti a bada dai loro nemici naturali, pipistrelli inclusi, ma possono diventare tali se i predatori diminuiscono o scompaiono », conclude il ricercatore.

Fonte: scienzainrete.it




Dal pesce scorpione al granchio blu, nuove frontiere a tavola

Dal pesce scorpione grigliato, all’antipasto a base del pesce coniglio, al granchio blu al vapore, una specie quest’ultima molto diffusa e apprezzata in Italia, tanto da pensare alla creazione di una vera e propria filiera.

 Sono oltre mille le specie aliene stabilizzate nel Mediterraneo per l’innalzamento delle temperature che, da problema per ecosistemi marini e pescatori, sono diventate un’opportunità economica e ambientale.

Finiscono in cucina e hanno fatto nascere nuovi promettenti mercati.

Merito anche della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo della Fao che ha puntato a formare i pescatori per catturare pesci alieni e i consumatori a mangiarli. E questo in molti Paesi del Bacino, come Cipro, Egitto, Grecia, Libano, Israele, Siria e Turchia.

“Attenuare l’impatto di questi specie è praticamente impossibile – fa sapere Miguel Bernal del Gfcm-Fao – e la pesca commerciale si dimostra lo strumento più efficace”. Basti pensare che negli Usa dove si consumano 60 mila tonnellate l’anno di granchi blu, hanno messo a punto una nuova tecnologi per estrarne e facilmente la polpa. Una frontiera emergente anche in Italia, dove la dicono lunga i furti dei cinesi denunciati a Goro. I listini di vendita all’ingrosso sono ancora contenuti, fa sapere Fedagripesca-Confcooperative, tra i 2 e i 10 euro al chilo ma i segnali di crescita ormai ci sono tutti.

Fonte: ansa.it




One Health: un uso più intelligente degli antimicrobici per combattere la resistenza antimicrobica

La Commissione e gli Stati membri continuano a compiere passi avanti nella lotta contro la resistenza antimicrobica. Gli Stati membri hanno recentemente votato a favore di una proposta della Commissione che chiede di limitare notevolmente l’uso degli antimicrobici. Eva Zamora Escribano, capo dell’unità Alimentazione animale e medicinali veterinari, ne spiega l’importanza per la lotta contro la “pandemia silenziosa” rappresentata dalla resistenza antimicrobica.

L’elenco degli antimicrobici da utilizzare esclusivamente nella medicina umana è stato pubblicato il 20 luglio. In che modo la limitazione del loro uso contribuirà a ridurre la resistenza antimicrobica? 

La Commissione segue l’approccio olistico “One Health” che affronta l’uso degli antimicrobici sia negli esseri umani che negli animali, tenendo conto allo stesso tempo anche dell’ambiente.

È fondamentale utilizzare gli antimicrobici in modo più intelligente. Con questa misura l’UE contribuisce in modo significativo a preservare l’efficacia degli antimicrobici che sono fondamentali per la medicina umana. Lo facciamo mantenendo gli antimicrobici designati nell’elenco per uso umano, il che significa che non saranno utilizzati a fini veterinari nell’UE.

Quali sono i risultati conseguiti negli ultimi anni nella lotta contro la resistenza antimicrobica nel settore veterinario? 

Nell’ultimo decennio le vendite di antimicrobici veterinari sono già state ridotte di oltre il 40%. Questo è un risultato già molto incoraggiante, ma possiamo fare di più. Il nuovo regolamento dell’UE sui medicinali veterinari, entrato in vigore nel gennaio di quest’anno, modernizza il quadro giuridico e garantisce che i medicinali veterinari siano utilizzati in modi migliori, più sicuri e più responsabili.

Ciò comprende un’ampia serie di misure concrete per combattere la resistenza antimicrobica, in particolare: il divieto dell’uso preventivo di antibiotici in gruppi di animali, un divieto esteso degli antimicrobici utilizzati per promuovere la crescita o aumentare la resa, condizioni rigorose per le prescrizioni antimicrobiche e l’obbligo per gli Stati membri di raccogliere dati sulle vendite di antimicrobici e sul loro uso per specie animale. Tali misure contribuiranno a raggiungere l’obiettivo della strategia “Dal produttore al consumatore” di dimezzare le vendite complessive di antimicrobici per gli animali d’allevamento e per l’acquacoltura nell’UE entro il 2030.

La resistenza antimicrobica non conosce confini, motivo per cui gli animali e i prodotti di origine animale destinati al consumo umano importati nell’UE dovranno rispettare le prescrizioni di non essere stati trattati con antimicrobici che promuovono la crescita o aumentano la resa, né con antimicrobici che l’UE ha designato come riservati alla medicina umana.

Quali sono le prossime tappe per l’attuazione del nuovo regolamento dell’UE sui medicinali veterinari sulla resistenza antimicrobica?  

La Commissione sta lavorando incessantemente per mettere in atto una legislazione supplementare che consenta un’attuazione efficiente del nuovo regolamento al fine di ridurre la resistenza antimicrobica. Attualmente sta elaborando norme dettagliate sull’uso degli antimicrobici che i paesi terzi dovranno rispettare per esportare nell’UE animali e prodotti di origine animale destinati al consumo umano.

La Commissione sta inoltre lavorando a una nuova proposta che elenca gli antimicrobici che non possono essere utilizzati al di fuori dei termini della loro autorizzazione all’immissione in commercio o che possono essere utilizzati solo a determinate condizioni. Il nuovo obbligo per gli Stati membri di raccogliere dati sulle vendite e sull’uso degli antimicrobici consentirà alla Commissione e agli Stati membri di adottare misure più mirate per combattere la resistenza antimicrobica. Per sostenere gli Stati membri nella raccolta dei dati, la Commissione ha riservato 32,4 milioni di euro per il periodo 2022-2027.

Lei ha affermato che la resistenza antimicrobica è chiamata “la pandemia silenziosa”: che cosa intende fare la Commissione per affrontarla? 

La resistenza antimicrobica è responsabile di circa 33 000 decessi all’anno nell’UE. Si tratta di una grave minaccia per la salute a livello mondiale, in continua crescita. La Commissione sta adottando numerose iniziative al riguardo.

Nella revisione della legislazione farmaceutica saranno inoltre incluse diverse nuove misure. Una nuova azione comune sulla resistenza antimicrobica sarà dotata di 50 milioni di euro nell’ambito del programma di lavoro EU4Health 2022, per sostenere gli Stati membri nello sviluppo e nell’aggiornamento dei loro piani d’azione nazionali sulla resistenza antimicrobica. La Commissione sta inoltre lavorando a una proposta di raccomandazioni del Consiglio sulla resistenza antimicrobica che suggerisce attività di impatto a livello nazionale e dell’UE.

Infine, a livello internazionale, la Commissione sostiene la revisione del piano d’azione globale dell’OMS sulla resistenza antimicrobica del 2015 e l’inclusione della resistenza antimicrobica in un accordo globale sulla preparazione e la risposta alle pandemie.

Fonte: Commissione Europea




Trasporto degli animali vivi: il parere dell’Efsa in vista della revisione

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha stabilito delle soglie massime per le temperature all’interno del veicolo sul quale viaggiano gli animali, e lo spazio minimo che va riservato a ciascuno. Questa superficie minima dipende dal peso e deve permettere a ogni animale di adeguare la posizione ai movimenti del mezzo. Tra gli argomenti trattati, spiccano le considerazioni sulla durata del viaggio e sulla conseguente gestione di cibo, acqua e la valutazione del grado di stanchezza. Cominciando dai bovini, questi non devono viaggiare a una temperatura superiore ai 25°C e hanno bisogno di almeno 1,79 metri quadrati per ogni animale (di circa 400 kg). La stesso limite alla temperatura è raccomandato anche per suini ed equidi, con la differenza che, per i primi, lo spazio a disposizione minimo deve essere di 0,62 metri quadrati per animale (indicazione basata su un maiale di 110 kg). I cavalli devono avere un margine di movimento di almeno 40 cm sia in larghezza che in lunghezza. Le pecore e gli altri piccoli ruminanti possono infine viaggiare con temperature più alte (fino a 32°C per le pecore tosate e fino a 28°C per quelle con il vello) e devono avere a disposizione almeno 0,43 metri quadrati per animale (misurazione basata su una pecora di circa 40 kg). m

 

Uno schema a parte è dedicato ai volatili e ai conigli che, diversamente dagli animali di dimensioni maggiori, sono trasportati in gabbie. Ricordiamo che il pollame rappresenta il 97% del totale degli scambi di animali vivi all’interno dell’Ue ed è quindi un capitolo decisamente significativo in questo contesto. Le raccomandazioni dell’Efsa prevedono che questi animali abbiano uno spazio sufficiente per sedersi contemporameante e senza sovrapporsi, l’altezza dello spazio, inoltre, deve bastare perché l’animale, seduto in una postura naturale, non tocchi la parte alta della gabbia con la testa o con la cresta. Anche per quanto riguarda i conigli lo spazio sul piano di appoggio deve permettere a ciascuno una postura rilassata e confortevole, mentre si raccomanda un’altezza di almeno 35 cm perché le orecchie possano stare distese nella loro condizione naturale. Sul fronte della temperatura, si raccomanda l’uso di un mezzo con ventilazione o aria condizionata. Un’approfondimento a parte è dedicato ai pulcini, che non dovrebbero viaggiare, mentre sono da preferire gli spostamenti, a temperatura ridotta, delle uova fecondate, in modo che la schiusa avvenga dopo l’arrivo a destinazione.

Rispetto al viaggio, l’Efsa precisa che va considerato come tempo del trasporto tutto il periodo nel quale gli animali sono rinchiusi, indipendentemente dal fatto che il mezzo sia in movimento o meno. Nei trasporti degli animali vivi come in quelli delle merci in generale, occorre considerare anche  lunghi tempi di sosta. In generale, l’autorità stabilisce un limite di 12 ore oltre il quale, a seconda degli animali, occorre interrompere il viaggio. Al di là delle singole questioni tecniche, è importante la riflessione generale che sottostà all’intero documento: gli animali trasportati non possono più essere considerati come semplici merci, ma esseri viventi. Inoltre, più pragmaticamente, il responsabile del dipartimento valutazione dei rischi dell’Efsa Guilhem de Seze ha sottolineato gli stretti nessi tra il benessere degli animali, la loro salute e le malattie veicolate dagli alimenti, in linea con il principio della salute unica globale (One Health) al quale l’Efsa si ispira.

Fonte: Ilfattoalimentare.it




Uova etichettate come da “allevamenti all’aperto” anche se non è così, ecco perché

Molte strutture sono state costrette a chiudere a causa dell’emergenza aviaria, e Bruxelles ha permesso loro di mantenere la dicitura per evitare un crollo delle vendite.

Galline prigioniere ma le loro uova restano etichettate come da “allevamenti all’aperto”. Lo consente l’Unione europea, che ammette delle deroghe sempre più ampie quando la reclusione degli animali è dovuta a ragioni sanitarie, per evitare il propagarsi dell’influenza aviaria. In questo modo sugli scaffali le uova prodotte nell’Ue possono continuare ad essere etichettate come “ruspanti”, nonostante i volatili non siano in molte strutture più ammessi all’esterno. Questa situazione nasce da un’esigenza reale ma potrebbe però dare adito a frodi o a situazioni ambigue.

Questo perché la Commissione europea ha presentato un piano per eliminare il limite di tempo alla commercializzazione di queste uova, dato che i focolai di influenza aviaria stanno diventando sempre più aggressivi e duraturi. L’Europa quest’anno ha vissuto la peggiore epidemia mai registrata con l’abbattimento di oltre 46 milioni di uccelli negli allevamenti del vecchio continente. Mentre negli anni passati i focolai tendevano a ridursi con il clima più caldo, riprendendo nei mesi autunnali all’avvio delle migrazioni, adesso invece durano molto più a lungo, con le chiusure protrattesi fino ad agosto ed oltre dieci mesi in alcune parti dei Paesi Bassi.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’influenza aviaria non è più solo una minaccia stagionale , ma in grado di circolare tutto l’anno in Europa e la cui possibilità di trasmissione agli esseri umani sta diventando più facile. Nel frattempo si studia nei laboratori la possibilità di produrre un vaccino che la contrasti. In attesa di una soluzione radicale, agli agricoltori sono stati concessi periodi sempre più lunghi per classificare i prodotti in modo diverso. Al momento hanno a disposizione 16 settimane (in precedenza 12), durante le quali le uova possono continuare a essere commercializzate come allevamento all’aperto anche se è in vigore un obbligo di reclusione dei volatili.

Al termine di questo periodo, le uova di galline allevate ufficialmente all’aperto, ma in realtà recluse, dovevano recare un’etichetta che le qualificava come “uova da stalla”, il termine per le uova di galline tenute al chiuso permanentemente. Bruxelles teme però un crollo del settore e per questo propone nuove regole, in base alle quali i produttori non dovrebbero più modificare le etichette a prescindere dall’estensione del periodo di chiusura delle galline per ragioni sanitarie. In cambio viene chiesta però una riduzione della densità dell’allevamento.

Nella bozza di proposta della Commissione si legge: “Laddove sono state imposte restrizioni temporanee sulla base della legislazione dell’Unione [europea], le uova possono essere commercializzate come ‘allevate all’aperto’ nonostante tale restrizione”. I produttori del Regno Unito, come riporta il The Guardian, vorrebbero che il governo britannico imitasse la misura dell’Ue.



Residui di farmaci veterinari negli alimenti: da una decade altissimo il rispetto dei limiti di sicurezza

logo-efsaI residui di farmaci veterinari e di altre sostanze in  animali e alimenti di origine animale nell’Unione europea continuano a diminuire, secondo gli ultimi dati.

I dati di monitoraggio elaborati dall’EFSA per il 2020 sono tratti da 620 758  campioni raccolti dagli  Stati membri dell’UE, da Islanda e da Norvegia. La percentuale di campioni che ha scavalcato i tenori massimi di legge è stata dello 0,19%. Si tratta del dato più basso degli ultimi 11 anni (periodo in cui la non conformità rispetto ai limiti di legge si è attestata tra lo 0,25% e lo 0,37%). La percentuale per il 2019 è stata dello 0,30%.

Rispetto al 2017, 2018 e 2019, nel 2020 i tassi di conformità sono aumentati per agenti antitiroidei, steroidi e lattoni dell’acido resorcilico.

Rispetto al 2017, 2018 e 2019 è stato osservato un aumento della conformità anche per gli antielmintici, i composti organoclorurati, i composti organofosforici, i coloranti e “altre sostanze”.

È possibile consultare tali risultati in modo più particolareggiato e interattivo utilizzando la nostra nuova pagina di visualizzazione dei dati.

Tutti i dati, che racchiudono circa 13 milioni di risultanze, sono disponibili su Knowledge Junction, piattaforma online di libero accesso creata e curata dell’EFSA per migliorare la trasparenza, la riproducibilità e la riusabilità delle evidenze scientifiche nella valutazione dei rischi per la sicurezza di alimenti e mangimi.




La lotta al doping animale: il contributo dell’intelligenza artificiale

La lotta al doping animale: il contributo dell’intelligenza artificiale

Ci sono atleti e atleti. Alcuni sono fenomeni veri, campioni straordinari che per talento e lavorando tenacemente raggiungono risultati prodigiosi. Ce ne sono altri che non avendo le stesse doti e meno voglia di sacrificarsi, ma pur di affermarsi, fanno uso di sostanze che accrescono slealmente le loro prestazioni.
La pratica in questione si chiama “doping”.
È un’azione fraudolenta che non è utilizzata soltanto in ambito sportivo. Già, perché se ne fa uso anche negli allevamenti degli animali da reddito.
La somministrazione di farmaci non autorizzati o l’utilizzo di sostanze farmacologiche permesse ma somministrate a bassi dosaggi e per periodi prolungati hanno effetti dopanti sugli animali.
L’uso di questi prodotti può provocare danni e lasciare conseguenze ai consumatori.
L’assunzione di carne con residui di molecole non autorizzate, infatti, può essere pericolosa per l’essere umano, soprattutto per i soggetti con delle pregresse patologie.
Svelare la loro presenza, dunque, è indispensabile per proteggere la salute dei cittadini.
Per poter fronteggiare questa piaga il CIBA – Centro di Referenza Nazionale per le Indagini Biologiche sugli Anabolizzanti Animali -, che ha sede presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università degli studi di Torino, ha applicato un programma di apprendimento automatico Weka (Waikato Environment for Knowledge Analysis) per svelare l’uso illecito di cortisonici per il “doping animale”.
È stato sviluppato un modello predittivo in grado di individuare i vitelli dopati con cortisonici, che sono i principi attivi di più largo utilizzo per “ingrassare” in modo fraudolento i bovini.
Sono sostanze che di fatto sono anche responsabili di enormi effetti collaterali per l’uomo, tra cui l’aumento della pressione sanguigna, l’iperglicemia e l’immunosoppressione.
Il modello generato da Weka è in grado di classificare correttamente il 95% degli animali testati sulla base dei valori di cinque biomarcatori sierici (cortisolo, inibina, capacità antiossidante del siero, osteocalcina, e urea).
La ricerca ha confermato quanto e come l’intelligenza artificiale può essere applicata con eccellenti risultati a salvaguardia della salute dei consumatori e a tutela del benessere animale.

Fonte: IZS Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta