Il consumo di alimenti ultra-processati in Italia

Il consumo di alimenti ultra-processati (ultra-processed foods, UPF) sta emergendo come una questione critica di salute pubblica in tutta Europa, con crescenti evidenze che ne collegano l’assunzione eccessiva a esiti sanitari avversi tra cui malattie cardiovascolari, obesità e disturbi metabolici (Lane et al., 2024; Pagliai et al., 2021). In Italia, dove la dieta mediterranea (DM) ha tradizionalmente plasmato i modelli alimentari, comprendere gli attuali livelli di consumo di UPF è utile per informare gli interventi di politica nutrizionale. Un recente studio pubblicato su Nutrients fornisce stime aggiornate dell’assunzione di alimenti ultra-processati tra gli adulti italiani, rivelando livelli di consumo moderati rispetto ad altre nazioni europee, se pure con alcune disparità socio-demografiche (Ruggiero et al., 2025).

Disegno dello studio e metodologia

L’indagine ha impiegato un disegno trasversale per valutare le abitudini alimentari tra gli adulti italiani tra settembre 2021 e aprile 2025. I ricercatori hanno reclutato 1.629 partecipanti (79,8% donne; età media 42,1 anni) attraverso piattaforme di social media ed email, utilizzando metodi di campionamento a valanga (Ruggiero et al., 2025).

Lo studio ha utilizzato il NOVA Food Frequency Questionnaire (NFFQ), con 94 voci, specificamente progettato per categorizzare gli alimenti secondo il grado di trasformazione: alimenti non trasformati o minimamente trasformati (AMT), ingredienti culinari trasformati (ICT), alimenti trasformati (AT) e alimenti ultra-processati (Dinu et al., 2021).

L’adesione alla dieta mediterranea è stata valutata utilizzando il questionario Medi-Lite, il quale assegna punteggi da 0 a 18 basati sui modelli di consumo di nove gruppi alimentari, con i valori più elevati che indicano un maggiore livello di adesione (Sofi et al., 2014).

Risultati principali

Lo studio ha rivelato che gli alimenti ultra-processati (UPF) contribuivano al 20,0% (IC 95%: 19,5–20,6) dell’apporto energetico totale fra i partecipanti, quelli non trasformati o minimamente trasformati il 39,2%, gli alimenti trasformati il 31,8% e gli ingredienti culinari trasformati il 9,0%. Le principali fonti di UPF erano biscotti confezionati (14,9%), cioccolato (10,6%), alternative al pane inclusi cracker, grissini, friselle e taralli (9,9%), pizza e focaccia pronte da riscaldare (4,5%), bevande vegetali (4,5%) (Ruggiero et al., 2025). Questi risultati sono in linea con le precedenti stime italiane dell’indagine INHES, che riportavano il 17,3% di energia da UPF negli adulti (Ruggiero et al., 2021), suggerendo una relativa stabilità nei modelli di consumo nell’ultimo decennio.

L’analisi socio-demografica ha dimostrato variazioni significative nell’assunzione di alimenti ultraprocessati. I partecipanti più anziani (>64 anni) consumavano sostanzialmente meno UPF rispetto agli adulti più giovani (≤40 anni). Sono emerse differenze geografiche, con i residenti dell’Italia centrale e meridionale che riportavano un consumo di UPF inferiore rispetto alle controparti settentrionali. Gli individui coniugati o conviventi con partner consumavano meno UPF rispetto ai partecipanti single (Ruggiero et al., 2025).

Lo studio ha identificato una robusta relazione lineare inversa tra adesione alla dieta mediterranea e consumo di alimenti ultra-processati. I partecipanti con elevata adesione alla DM consumavano solo il 15,2% di energia da UPF, rispetto al 25,2% fra coloro con bassa adesione. Al contrario, gli individui con forte adesione alla DM derivavano il 44,6% di energia da alimenti non trasformati o minimamente trasformati, sostanzialmente superiore al 32,3% osservato nei gruppi a bassa adesione (Ruggiero et al., 2025). Questi risultati corroborano precedenti ricerche che dimostrano come i modelli alimentari mediterranei tradizionali contemplino consumi moderati di UPF (Dinu et al., 2022).

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Fonte: foodtimes.eu




Malattie trasmesse da cibo e acqua. Operativi tre nuovi laboratori di riferimento dell’Ue

Dal 1° gennaio 2026, tre nuovi laboratori di riferimento dell’Unione europea per le malattie trasmesse da alimenti e acqua sono ufficialmente entrati in funzione. Queste strutture forniranno supporto ai laboratori nazionali di sanità pubblica in tutta l’Unione europea (Ue), rafforzando la capacità dell’Ue di individuare, monitorare e rispondere a gravi minacce sanitarie transfrontaliere legate alle malattie di origine alimentare e idrica.

I nuovi laboratori di riferimento dell’UE, spiega una nota dell’Ecdc, resteranno attivi per sette anni e copriranno le seguenti aree: batteri trasmessi da alimenti e acqua; elminti e protozoi trasmessi dall’acqua e da vettori; virus trasmessi da cibo e acqua.

Cosa fanno questi laboratori?

La funzione dei laboratori di riferimento è collaborare con le reti esistenti per individuare i bisogni e fornire supporto ai laboratori nazionali di sanità pubblica. Il loro ruolo principale è garantire che i dati di laboratorio e i risultati dei test siano affidabili, comparabili e coerenti in tutti i Paesi dell’U.e

In particolare, i laboratori: eseguono test specialistici o diagnostiche complesse non sempre disponibili in tutti i laboratori; promuovono l’allineamento dei metodi diagnostici e di test utilizzati per la sorveglianza; offrono opportunità di valutazione delle competenze e di sviluppo delle capacità dei laboratori; supportano i laboratori nell’invio di notifiche e report corretti e completi e infine condividono competenze scientifiche e buone pratiche a livello europeo.

Un contributo, evidenzia Ecdc, che consente di migliorare la diagnosi precoce dei focolai epidemici, la qualità dei dati di sorveglianza e la preparazione e risposta complessiva dell’Ue alle minacce sanitarie in grado di diffondersi oltre i confini nazionali.

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Fonte: quotidianosanita.it




Gli antibiotici viaggiano nel mondo acquatico: una revisione fa il punto su 10 anni di studi

Usati ogni giorno per curare persone e animali, gli antibiotici hanno migliorato la salute pubblica in modo decisivo. Ma una volta utilizzati, una parte di essi finisce inevitabilmente nell’ambiente: attraverso scarichi urbani, acque reflue o residui provenienti dagli allevamenti può infatti raggiungere fiumi, laghi, mari e acque sotterranee, dove i farmaci possono restare a lungo e interagire con gli ecosistemi. A fare il punto su questo fenomeno è una revisione condotta dai ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (IZSAM), pubblicata sulla rivista “Science of the Total Environment”.

La review ha analizzato 6305 dati di concentrazione a partire da 101 studi condotti in 6 continenti e 76 Paesi nel corso dell’ultimo decennio, tracciando un quadro globale della presenza di antibiotici negli ambienti acquatici. Sono state prese in esame 142 molecole (inclusi i prodotti di degradazione) appartenenti a 15 classi di antibiotici, dalle penicilline alle tetracicline, dai macrolidi ai chinoloni, evidenziando come i residui siano diffusi in tutti i continenti, ma con concentrazioni e distribuzioni molto diverse da un’area all’altra.

“La nostra analisi ha raccolto e confrontato le informazioni prodotte da oltre dieci anni di studi – dice Roberta Rosato, ricercatrice del Reparto di Bromatologia e Residui dei Farmaci IZSAM – fornendo una visione d’insieme sulle concentrazioni di antibiotici nelle acque e sulle differenze tra regioni e tipi di ambiente. In particolare, nei Paesi in via di sviluppo, la presenza di antibiotici ha raggiunto livelli di concentrazione più elevati, conseguenza della scarsità (o assenza) di politiche nazionali mirate a contrastare l’inquinamento delle acque da parte di contaminanti emergenti e della scarsa consapevolezza sull’uso responsabile degli antibiotici e della gestione delle acque reflue. Tuttavia, ancora molto c’è da fare. Infatti, molte aree risultano ancora poco studiate, mentre lo scarso monitoraggio di alcune molecole sembra essere correlato alla mancanza di materiali di riferimento e metodi analitici”.

La presenza di antibiotici negli ecosistemi acquatici non è solo un indicatore di inquinamento, ma può innescare conseguenze profonde. Anche a basse concentrazioni, queste sostanze possono alterare l’equilibrio delle comunità microbiche e favorire la selezione di batteri resistenti, che trovano nell’ambiente un terreno ideale per diffondere i propri geni di resistenza. Un meccanismo che, attraverso le catene alimentari e il contatto con l’uomo o gli animali, può contribuire alla diffusione globale dell’antimicrobico-resistenza, una delle minacce sanitarie più gravi del nostro tempo.

“Capire dove, quanto e come questi farmaci si accumulano è essenziale per costruire strategie di prevenzione efficaci. – continua Rosato – La diffusione degli antibiotici nelle acque è una minaccia silenziosa ma concreta, che lega strettamente la salute degli ecosistemi a quella degli animali e dell’uomo. Ecco perché la ricerca dovrà sempre più concentrarsi su metodi di monitoraggio più sensibili e su soluzioni mirate e integrate, che coinvolgano sanità, ambiente e filiere produttive in una prospettiva One Health”.

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Fonte: IZS Teramo




Non un solo fotogramma sulla scienza italiana!

Giovanni Di GuardoNella puntata del 13 Gennaio della popolare trasmissione “5 minuti”, condotta da Bruno Vespa, e’ stato mostrato in anteprima un video, propedeutico alle oramai imminenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, in cui scorrevano in rapida successione una serie di immagini documentanti l’indiscussa eccellenza dell’Italia in molti campi  quali in primis il patrimonio artistico-monumentale e storico-paesaggistico, le arti e, nondimeno, la nostra cucina, recentemente proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

Non un solo fotogramma era dedicato, con mio grande stupore, alla comunità scientifica del nostro Paese, della quale mi onoro di far parte e che pure si attesta all’ottavo posto nel mondo per la straordinaria qualità che la contraddistingue, nonostante la risibile percentuale del PIL, appena superiore all’1%, che tutti i Governi del nostro Paese hanno atavicamente destinato – e continuano tuttora a destinare – al finanziamento pubblico della ricerca!

Nel frattempo prosegue senza sosta e da oltre 50 anni l’italica “fuga dei cervelli”, il cui “primum movens” e’ costituito perlappunto dalle ataviche criticità sopra citate.

Evidentemente neppure un palcoscenico di assoluta rilevanza e visibilità planetaria quale un’Olimpiade si traduce, in Italia, in una benemerita occasione per omaggiare le nostre pur brillanti ricercatrici e i nostri pur brillanti ricercatori, di cui si dovrebbe andare oltremodo fieri e orgogliosi.

Errare humanum est perseverare autem diabolicum!

 

Giovanni Di Guardo, DVM, Dipl. ECVP, Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo




Stretta dell’Ue sui Pfas, nuove tutele per l’acqua potabile

Allarme Ue e fonti di contaminazione

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Fonte: AGI




Insetti nel piatto: oltre la barriera del disgusto

InsettiLa transizione ecologica passa anche dai cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma queste restano spesso intrappolate tra pregiudizi culturali e tecnicismi legislativi. In Europa, dal punto di vista normativo il confine è netto: ogni alimento privo di una storia di consumo significativo prima del 15 maggio 1997 è considerato novel food e soggetto a rigorose autorizzazioni. È il caso degli insetti commestibili, che vivono oggi un paradosso globale: considerati “nuovi” dai regolamenti UE, sono fonte proteica quotidiana da tempo per oltre due miliardi di persone.

Questa distanza tra realtà globale e percezione locale non è solo burocratica, ma profondamente psicologica. In Occidente, l’idea di mangiare insetti attiva barriere che l’informazione scientifica non basta a scalfire: il disgusto e la percezione di contaminazione. Tuttavia, queste resistenze non sono insuperabili.

Per individuare strategie efficaci capaci di avvicinare le persone a questi cibi, come gruppo di ricerca BUGIFY, delle Università di Milano-Bicocca e Chieti, abbiamo sviluppato un programma multi-metodo. Integrando interviste, focus group, misure indirette (volte a rilevare le reazioni spontanee), realtà virtuale e neuroscienze, abbiamo valutato interventi applicabili su larga scala per ridurre l’impatto emotivo. L’utilità di questa ricerca supera il tema dei cibi con insetti, perché le strategie individuate sono applicabili anche a molti altri novel food o alimenti che suscitano reazioni avverse.

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Fonte:scianzainrete.it




Una nuova definizione di salute globale

A fine ottobre del 2025 un gruppo di ricercatori provenienti dal mondo accademico della salute globale ha pubblicato sul BMJ un’interessante proposta per una nuova definizione di salute globale, partendo dalla definizione di Koplan et al. (1) e aggiornandola alle sfide contemporanee. In questa nuova definizione sono state evidenziate, in particolare, la crisi climatica ma anche la crescente importanza di policy e governance. All’interno dell’articolo (2) si trova anche un’infografica sulla nuova definizione proposta, con il concetto di salute per tutti (“Health for all”) collocato al centro come principio fondamentale della salute globale.

Introduzione

L’articolo ripercorre la storia della salute globale, dagli anni ’90 fino ai giorni nostri. La salute globale stessa nacque dalla spinta di stare al passo con i tempi, lasciando cadere uno stampo coloniale degli interventi di salute internazionale, e rivolgendosi a partenariati più equi, in grado di rispondere alle esigenze di salute globali e migliorare lo stato di salute di paesi a risorse limitate. (3)

Dalla nascita della salute globale si assistette a due fenomeni principali: da un lato si aprì la strada a nuovi attori economici, in particolare a finanziatori privati e alle nuove partnership pubblico-private, e dall’altro lato, anche i governi iniziarono a rivestire ruoli più importanti nella cooperazione internazionale. (4) Qualche anno più tardi furono definiti gli MDGs (Millenium Development Goal), seguiti poi dagli SDGs (Sustainable Development Goal) stabiliti dalle Nazioni Unite. Entrambi questi strumenti facilitarono l’ingresso in questo campo a nuovi finanziatori e agirono da catalizzatore per il supporto internazionale alla riduzione della povertà nel mondo. (5). Oltretutto, gli SDGs erano molto più ambiziosi rispetto agli MDGs e i paesi ad alto reddito si impegnarono sul piano finanziario e tecnico per accelerare i progressi riguardo ai numerosi obiettivi economici, sanitari e ambientali nei paesi a risorse limitate. Tuttavia, nel 2020, la pandemia da COVID-19 ha rallentato bruscamente l’avanzare dei progressi e ha messo in evidenza quanto gli stati siano fortemente interconnessi tra loro e condividano fragilità comuni. (6) Inoltre, ha rivelato le debolezze delle organizzazioni della governance globale, incluso l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). A seguito della pandemia, si è assistito a un deterioramento delle norme politiche globali: dal 2025, gli Stati Uniti e altri paesi hanno iniziato a ritirarsi dai meccanismi di governance globale, reinterpretando concetti come equità e cooperazione internazionale in chiave di pericolo piuttosto che di risorsa. (7).

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Fonte: saluteinternazionale.info




Stiamo scoprendo nuove specie sempre più velocemente

La velocità con cui scopriamo nuove specie al mondo è decisamente più elevata rispetto ai ritmi che portano all’estinzione delle specie. Questo fatto, oltre alla consapevolezza che ci siano sempre più esemplari di fauna e flora da scoprire, lascia aperta la speranza all’ipotesi che – nonostante l’impatto negativo dell’uomo sulla Terra – la biodiversità di alcuni gruppi di esseri viventi sia ben più ricca di quanto finora immaginata, con vantaggi futuri anche per la salute dell’uomo. Soltanto fino a pochi secoli fa l’umanità non solo non aveva idea di chi, quali e quante fossero le creature con cui stava condividendo la vita sul Pianeta, ma non riusciva nemmeno a identificarle o darle un nome.

I segreti della biodiversità

Poi, circa 300 anni fa, il prezioso lavoro del naturalista Carlo Linneo (Carl Nilsson Linnaeus) fu l’inizio di una straordinaria impresa capace di dare un nome a ogni organismo vivente sulla Terra: lo svedese divenne il padre della moderna tassonomia e, grazie al suo sistema di denominazione binominale, riuscì a classificare e descrivere oltre 10mila specie di piante e animali.

A partire dai suoi metodi la conoscenza di tutti gli abitanti della Terra è diventata esponenziale e gli scienziati hanno continuato a descrivere nuove specie nella ricerca per svelare i segreti della biodiversità planetaria. Ma con l’attuale declino che la varietà animale e vegetale stanno vivendo spesso a causa degli impatti antropici, si pensava di essere davanti a un freno o perlomeno un rallentamento nella scoperta. Tutt’altro, dice però un nuovo studio pubblicato su Science Adavances dai ricercatori dell’Università dell’Arizona.

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Fonte: repubblica.it




Gli PFAS viaggiano anche attraverso il mercato globale del pesce

C’è una fonte meno familiare di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), i composti chimici altrimenti noti come contaminanti perenni, ormai ubiquitari in tutti gli esseri viventi e virtualmente presenti in tutti gli ambienti della Terra: i pesci che mangiamo. Com’è noto, infatti, i pesci accumulano le sostanze disciolte in acqua come gli PFAS, e poiché il mercato ittico è globale, i pesci con maggiori quantitativi di PFAS possono viaggiare per migliaia di chilometri, raggiungendo anche consumatori che vivono in zone dove la concentrazione nell’ambiente o nelle acque locali potrebbe essere meno elevata.

Da una prospettiva opposta, ciò significa che per diminuire i quantitativi globali di PFAS in circolazione e quelli assorbiti attraverso la catena alimentare si potrebbe intervenire anche sulle rotte e sulle flotte dei pescherecci, ottenendo effetti rilevanti. E che oggi si iniziano a vedere gli effetti positivi delle norme restrittive introdotte qualche anno fa e poi via via sempre più diffuse.

Lo studio globale sugli PFAS nei pesci

A mettere la contaminazione da PFAS sotto questa luce particolare ha provveduto uno studio pubblicato su Science dai ricercatori di numerose università di diversi Paesi coordinate dalla Southern University of Science and Technology di Shenzen, in Cina, che hanno utilizzato dati provenienti da tutti i continenti per arrivare a definire una dose giornaliera stimata (estimated daily intake, EDI) media. L’EDI indica appunto il quantitativo medio che, in base ai consumi, un abitante di un certo Paese assume attraverso il pesce che arriva tramite il commercio globale, oltreché dalle coste nazionali.

 Nello specifico, hanno combinato i dati sugli PFAS degli ultimi vent’anni raccolti tra il 2010 e il 2021 in più di 3.100 siti e hanno poi inserito la stima dei quantitativi medi di 212 specie di pesci, unendo al tutto le rotte globali ittiche e i commerci internazionali di pescato su un totale di 44 Paesi. Per circoscrivere il campo e tracciare meglio le parabole dei singoli composti si sono limitati a due tra gli PFAS più frequentemente riscontrati nei pesci, entrambi con otto atomi di carbonio o C8 (non abbastanza corti, quindi, da essere eliminati naturalmente): l’acido perfluoro-ottanoico (PFOA) e il perfluoro-ottano solfanato (PFOS), prodotti prevalentemente in Europa e Nord America.

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Fonte: ilfattoalimentare.it




EFSA monitora social media per capire paure e percezioni sui rischi alimentari

L’Autorità Europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato un nuovo rapporto scientifico che analizza come gli europei percepiscono i rischi alimentari e si comportano sui social media.
Lo studio fornisce una metodologia originale e riproducibile per mappare opinioni, paure e reazioni degli utenti sulle piattaforme digitali in tema di sicurezza alimentare. L’obiettivo è aiutare le istituzioni e gli esperti a interpretare le conversazioni online su rischi come contaminanti, additivi e allarmi sanitari.

Secondo gli autori, comprendere come si formano le percezioni sui social è cruciale per comunicare meglio i rischi reali e contrastare disinformazione. La metodologia proposta combina tecniche di analisi dei dati digitali con approcci di valutazione del rischio; il rapporto evidenzia che le reazioni online non sempre riflettono il livello scientifico del pericolo reale.

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Fonte: EFSA