Rapporto One-Health sulle zoonosi nel 2024 nell’Unione europea

Il 9 dicembre 2025 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) hanno pubblicato “The European Union One Health 2024 Zoonoses Report” (EUOHZ) [1], il report annuale sulle zoonosi, sugli agenti zoonotici e sui focolai epidemici di malattie a trasmissione alimentare. Il report è basato sui dati raccolti nel 2024 da 27 Stati membri dell’Unione Europea (UE), dall’Irlanda del Nord (limitatamente ai dati su alimenti e animali e focolai epidemici di malattia trasmesse da alimenti) e da altri 8 Paesi europei non membri della UE.

Anche nel 2025, per i contenuti relativi al settore animale e alimentare nonché ai focolai epidemici di malattie a trasmissione alimentare, l’EFSA ha affidato la produzione del report EUOHZ al Consorzio ZOE (Zoonoses under a One health perspective in the EU) composto dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Istituto Zooprofilattico delle Venezie (IZSVE), Istituto Zooprofilattico dell’Abruzzo e Molise (IZSAM), con il coordinamento dall’Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail (ANSES-Francia).

I dati europei del 2024 in sintesi

  • Nel 2024, la campilobatteriosi si conferma la zoonosi maggiormente riportata tra i Paesi UE con 168.396 casi, seguita dalla salmonellosi (79.703 casi), infezioni da Escherichia coli produttori di Shigatossina (STEC) (11.738 casi) e listeriosi (3.041 casi). Per tutte queste zoonosi il numero dei casi registrati nel 2024 è stato superiore allo scorso anno e il più alto negli ultimi 5 anni.
  • Listeria monocytogenes continua a rappresentare l’agente associato alla maggiore gravità degli esiti di salute per i pazienti. Nel 2024, la proporzione di ospedalizzazione tra i casi di listeriosi è stata del 97,3% su 1.715 casi riportati all’ECDC con informazione sull’ospedalizzazione disponibile e del 72,3% su 210 casi epidemici di listeriosi riportati all’EFSA nell’ambito dei focolai epidemici. Il tasso di letalità è stato pari al 15,6% su 1.701 casi di listeriosi con informazione sull’esito disponibile riportati all’ECDC e dell’8,1% sui casi epidemici di listeriosi riportati all’EFSA nell’ambito dei focolai epidemici.
  • Per quanto riguarda la sorveglianza dei casi di malattia nell’uomo è da sottolineare che differentemente dai precedenti report, in quello relativo al 2024 sono descritti i dati raccolti dall’ ECDC sulle sole zoonosi menzionate nell’allegato A della Direttiva zoonosi 2003/99/EC [1]. Queste comprendono oltre alle malattie riportate al punto precedente anche tubercolosi da Mycobacterium bovis e M. caprae (171 casi), brucellosi (273 casi), trichinellosi (102 casi) ed echinococcosi (984 casi).
  • I dati raccolti dall’ EFSA sui focolai di malattia a trasmissione alimentare (MTA) considerano invece gli eventi epidemici associati a qualsiasi virus, batterio, alga, fungo, parassita e dai loro prodotti, tossine e ammine biologiche (per esempio: istamina) trasmessi da alimenti, non solo dagli agenti zoonotici.
  • Il numero di focolai epidemici di MTA riportati in UE nel 2024 è cresciuto del 14,5% rispetto all’anno precedente (6.558 focolai nel 2024; 5.728 nel 2023) ed analogamente sono cresciuti anche il numero di casi epidemici (62.481 casi nel 2024; 10.266 casi in più nel 2024 rispetto al 2023) e delle ospedalizzazioni (3.336 ospedalizzazioni nel 2024; 440 ospedalizzazioni in più rispetto al 2023). Al contrario il numero di decessi è diminuito di 12 casi rispetto al 2023 (53 decessi nel 2024; 65 nel 2023). Tra i casi epidemici, i decessi sono stati principalmente associati a focolai da Salmonella e L. monocytogenes.
  • Salmonella è stato l’agente eziologico più frequentemente associato a focolai epidemici di origine alimentare anche nel 2024 (1.238). Tra questi S. Enteritidis è stato il sierotipo maggiormente identificato (512 focolai epidemici) seguita da S. Typhimurium (84 focolai) e dalla variante monofasica di S. Typhimurium (34 focolai).
  • Il report fornisce un aggiornamento anche sul monitoraggio nelle filiere alimentari e nel settore animale delle zoonosi prioritarie e di altre zoonosi in Europa, attraverso dati raccolti dai Paesi europei e trasmessi all’EFSA.

Insieme alla pubblicazione del Report EUOHZ 2024, l’EFSA ha anche aggiornato gli strumenti di comunicazione (Story map) e consultazione interattiva online dei dati (Dashboard) sul monitoraggio dei diversi patogeni nella filiera animale e alimentare. Questi strumenti permettono di interrogare attivamente i dati di monitoraggio raccolti negli ultimi 5 anni nell’UE, relativi a CampylobacterSalmonellaListeria monocytogenes, STEC, Tubercolosi da M. bovis/M. capraeTrichinellaEchinococcus, West Nile e ai focolai epidemici di malattie a trasmissione alimentare.

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Fonte: ISS




L’Intelligenza Artificiale nel monitoraggio delle zanzare

Il monitoraggio e la corretta identificazione degli artropodi (insetti e acari) di interesse medico sono attività fondamentali per la prevenzione e il controllo delle malattie trasmesse dalle specie aventi attività vettoriale.
Il Laboratorio di Entomologia Sanitaria IZSPB, grazie a un recente accordo di collaborazione tra la Direzione Generale IZSPB e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), partecipa – con 18 Istituzioni/Enti Ricerca nazionali da 16 regioni- al progetto Mosquito Artificial Intelligence Control (MosAICo), finanziato dalla fondazione INF- ACT.

Il progetto MosAICo è stato ideato e sviluppato nei laboratori dell’ISS da un Team multidisciplinare di esperti afferenti al Centro Nazionale Protezione dalle Radiazioni e Fisica Computazionale
(Gigante G., Tubito A., Dante V., Ciardiello A.) e al Dipartimento di Malattie Infettive di detto Istituto (Alano P, Sarleti N., Di Luca M., Severini F., Silvestrini F.), con l’obiettivo di creare uno
strumento basato sulla Intelligenza Artificiale (IA) che, utilizzando tecniche avanzate di Deep Learning e Computer Vision, fosse in grado di effettuare una identificazione accurata dei vettori.
Nella primavera di quest’anno, le dott.sse M. Assunta Cafiero e M. Grazia Cariglia (Entomologia Sanitaria, IZSPB) hanno partecipato al Workshop tenutosi presso la sede dell’ISS, dedicato alla
presentazione e dimostrazione pratica del sistema MosAICo; nell’occasione, l’IZSPB ha ricevuto in dotazione dall’ISS uno dei 10 prototipi a disposizione, al fine di partecipare alla validazione del
modello di intelligenza artificiale, seguendo i protocolli di lavoro condivisi con il coordinatore (ISS).

In sintesi, il sistema MosAICo permette di catturare, analizzare e trasmettere a un data-base interattivo immagini multiple di zanzare, fornendo simultaneamente e in tempo reale la
classificazione fino a 82 esemplari di culicidi adulti, cosi ottimizzando il lavoro degli esperti di entomologia medica, a supporto delle attività di sorveglianza entomologica. Inoltre, l’analisi è
interattiva e i feedback offrono la possibilità di correggere di volta in volta eventuali errori di identificazione dello strumento, migliorandone la precisione.

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Fonte: IZS Puglia e Basilicata




Dall’Ema i nuovi dati sulle vendite e l’uso di antibiotici in medicina veterinaria nell’Unione europea

Un aumento che non ci si aspettava. Dopo oltre dieci anni di calo costante, le vendite di antimicrobici destinati agli animali da allevamento sono tornate a crescere in Europa. A certificarlo è il nuovo report dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), che per la prima volta combina dati di vendita e di uso reale negli allevamenti dei Paesi dell’Unione, dell’Islanda e della Norvegia.

L’incremento (più cinque per cento nel 2024) interrompe una tendenza virtuosa considerata un pilastro nella lotta alla resistenza antimicrobica. Per l’Agenzia, è ancora presto per parlare di inversione di rotta. Ma gli esperti avvertono: il rialzo potrebbe segnalare l’inizio di una nuova fase critica per la strategia One health europea.

I dati Esuavet 2024: vendite in aumento e monitoraggio più dettagliato

Il nuovo rapporto del sistema Esuavet evidenzia come il 98 per cento degli antimicrobici veterinari venduti nel 2024 sia destinato agli animali da reddito.

La novità più rilevante non riguarda soltanto i numeri, ma la qualità del monitoraggio: oltre alle vendite, il sistema rileva l’uso effettivo degli antimicrobici per specie (includendo bovini, suini, polli e tacchini).

La raccolta di questi dati consente di identificare modelli di consumo più precisi, offrendo agli Stati membri strumenti per politiche mirate.

L’Ema ha inoltre pubblicato una dashboard pubblica che permette di visualizzare, confrontare e analizzare le tendenze nel tempo, rendendo la sorveglianza più trasparente rispetto al passato.

Fine di una tendenza decennale?

Il punto più discusso del report è il possibile arresto della diminuzione pluriennale del consumo veterinario di antibiotici.

Dal 2010 al 2022, l’iniziativa Esvac aveva documentato un calo complessivo di circa il cinquanta per cento nelle vendite di antimicrobici veterinari nell’Unione europea, con riduzioni significative anche nelle classi considerate critiche per la salute umana come cefalosporine di terza e quarta generazione, colistina e chinoloni.

I risultati 2024 rompono questa continuità. L’Ema parla di “fluttuazione temporanea”, ma ricorda che andrà verificata nei prossimi due anni per capire se siamo davanti a un evento circoscritto o all’inizio di un trend al rialzo.

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Fonte: abouthpharma.com




Influenza aviaria e suina, Ecdc pubblica la guida europea per il rischio umano

Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha pubblicato una nuova guida operativa per supportare i Paesi dell’Unione europea nella prevenzione e gestione delle minacce influenzali di origine animale con potenziale trasmissione all’uomo, alla luce dell’aumento dei casi di influenza aviaria A(H5N1) registrato nell’autunno 2025 tra uccelli selvatici e pollame in diversi Stati membri.

Il documento fornisce un quadro strutturato di risposta sanitaria che copre diversi scenari, dall’attuale fase in cui nell’Ue e nello Spazio economico europeo non sono stati segnalati casi umani di infezione da virus aviari, fino a situazioni più critiche che includono la possibilità di infezioni nell’uomo e di una eventuale trasmissione interumana con rischio pandemico.

«Sebbene il rischio attuale per la popolazione europea sia basso, l’influenza aviaria resta una seria minaccia per la salute pubblica a causa dei focolai diffusi negli animali in tutta Europa», afferma Edoardo Colzani, responsabile dell’unità Respiratory Viruses dell’Ecdc. «È essenziale che i segnali di allerta precoce non vengano trascurati e che le azioni di sanità pubblica siano tempestive, coordinate ed efficaci. Questa guida offre ai Paesi un framework chiaro e adattabile per prepararsi a rispondere alla possibile trasmissione dei virus influenzali dagli animali all’uomo».

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Fonte: doctor33




L’Oms lancia un nuovo Piano strategico globale e condiviso contro i coronavirus

Pubblicato il nuovo Piano strategico 2025-2030 per la gestione delle minacce da coronavirus, attuali e future, e da Mers (Sindrome respiratoria mediorientale), firmato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS). Si tratta del primo piano unificato contro questo tipo di patologie e rappresenta un punto strategico nell’evoluzione tra la risposta emergenziale e la gestione a lungo termine integrata.

Il Piano riunisce lezioni e buone pratiche degli ultimi cinque anni di gestione della pandemia da Covid-19 e del lavoro continuo su Mers e altre malattie respiratorie. L’obiettivo è quello di guidare le autorità sanitarie nazionali e i partner verso l’adozione di un approccio coerente e orientato all’azione.

I coronavirus – a partire dal 2002 con Sars fino al 2019 con Covid – hanno più volte dimostrato la loro capacità di scatenare epidemie e pandemie. Il Covid-19, inoltre, continua a circolare ampiamente e, in alcuni casi, a causare gravi malattie e decessi tra i pazienti fragili. Per il 6% dei guariti, la sindrome “long Covid” diventa una realtà e nel 15% dei casi, i sintomi permangono per oltre un anno.

Il Piano, in questo senso, raccoglie i precedenti Piani Strategici di Preparazione e Risposta per Covid-19 e prova a illustrare un processo consultivo e inclusivo basato sul contributo di tutti gli stati membri Oms. Comprende sia la gestione di routine sia scenari di emergenza, riflettendo la flessibilità di cui i sistemi nazionali hanno bisogno per affrontare i coronavirus già in circolazione e l’emergere di un nuovo coronavirus con potenziale pandemico.

L’Oms ha anche ampliato la CoViNet (Coronavirus Network), una rete di programmi di sorveglianza sulle malattie che raccogli i laboratori di riferimento per Sars-CoV-2, Mers-CoV e altri coronavirus di emergenza; per ampliare ulteriormente il monitoraggio globale. Ora la rete conta 45 laboratori, di cui 11 aggiunti nel 2025.

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Fonte: quotidianosanità.it




Prevenire le pandemie: la risposta integrata One Health per la salute pubblica. La missione dell’IZSVe

In vista della prima Giornata Nazionale per la Prevenzione Veterinaria del 25 gennaio 2026, One Health pubblica una serie di contributi firmati dai Direttori Generali dei dieci Istituti Zooprofilattici Sperimentali italiani. Questo articolo è a cura di Antonia Ricci, Direttrice Generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe).

Il concetto di One Health nasce dalla consapevolezza che la salute di esseri umani, animali e ambiente è profondamente interconnessa. Cambiamenti climatici, perdita di biodiversitàurbanizzazione e globalizzazione modificano gli equilibri naturali, influenzando la diffusione di malattie e la salute degli ecosistemi. L’ambiente mostra segnali di sofferenza che richiedono strategie coordinate a livello globale. In questo quadro, l’IZSVe ha raccolto la sfida lanciata dalle organizzazioni internazionali per promuovere un approccio integrato alle sfide sanitarie planetarie. Il nostro impegno si è focalizzato su attività di ricerca che riguardano le zoonosi e i patogeni in grado di fare il salto di specie e scatenare una pandemia.

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Fonte: IZS Venezie




Influenza aviaria, primo caso umano da H5N5 negli Stati Uniti

Un uomo anziano con condizioni cliniche pregresse, residente nella contea di Grays Harbor, nello Stato di Washington, è risultato positivo all’influenza aviaria in un test preliminare. Lo ha comunicato il Washington State Department of Health, che riferisce l’avvio delle cure e indica un rischio considerato basso per la popolazione.

Le autorità sanitarie statali e locali stanno indagando sulle possibili fonti di esposizione. Tra le ipotesi valutate figurano il contatto con uccelli selvatici o domestici. L’influenza aviaria raramente infetta l’uomo, ma dal 2022 sono stati confermati settanta casi, secondo i CDC. A gennaio un caso negli Stati Uniti si è concluso con il decesso del paziente. I CDC riferiscono che non sono documentati episodi di trasmissione interumana; una recente revisione segnala però la potenziale possibilità di contagio asintomatico e la necessità di rafforzare il monitoraggio.

Nel 2025 negli Stati Uniti si sono registrati diversi focolai di influenza aviaria in pollame e bestiame. L’episodio più recente riguarda bovini da latte in Idaho, come riportato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA). L’infezione continua a comparire in allevamenti commerciali e domestici, con attese variazioni stagionali legate al movimento degli uccelli selvatici. L’USDA chiarisce che il motivo dell’intervallo di nove mesi senza casi umani non è definito.

Le indicazioni di sanità pubblica restano immutate. È raccomandato evitare il contatto con uccelli malati o morti e segnalare tempestivamente eventuali episodi sospetti. I lavoratori esposti a uccelli, bovini o altri animali potenzialmente infetti devono adottare adeguati dispositivi di protezione individuale, come ricordano i CDC.

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Fonte: doctor33




Parassita della leishmaniosi è vettore per inibire Alzheimer

ambiente, animale e uomoIl parassita della leishmaniosi diventa un vettore per inibire l’Alzheimer. Lo rivela uno studio dell’Università Statale di Milano, pubblicato sul Journal of Neuroinflammation, che dimostra come questo parassita può influenzare il funzionamento delle cellule della microglia, le cellule del cervello coinvolte nella risposta immunitaria: quando queste cellule vengono stimolate con il peptide β-amiloide (una sostanza associata alla malattia di Alzheimer), il parassita riesce a bloccare un importante meccanismo infiammatorio chiamato inflammasoma NLRP3.

Inoltre, per la prima volta, sono stati identificati i meccanismi molecolari messi in atto dal parassita per sopprimere l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3 nella microglia.
In sintesi, il lavoro rivela un nuovo meccanismo di immunosoppressione esercitato da Leishmania infantum sulla microglia e propone il parassita come modello biologico naturale per lo sviluppo di strategie innovative contro la neuroinfiammazione associata alla malattia di Alzheimer.

“I nostri risultati mostrano che il parassita è in grado di silenziare selettivamente le vie infiammatorie, aprendo la strada a strategie terapeutiche ispirate ai suoi meccanismi naturali di regolazione immunitaria”, commenta Estefanía Calvo Alvarez, ricercatrice del dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari Rodolfo Paoletti dell’Ateneo e prima autrice dello studio.

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Fonte: ANSA




Dieci anni dall’Accordo di Parigi, si può fare di più

Con l’Accordo di Parigi (dicembre 2015), i Paesi si sono impegnati a elaborare i propri piani di riduzione delle emissioni di gas serra, noti come Contributi determinati a livello nazionale (NDC). Nel loro insieme, questi impegni  non bastano a garantire nemmeno l’obiettivo minimo dell’Accordo di Parigi: avere una probabilità del 66% di restare sotto i 2 °C di riscaldamento entro la fine del secolo. Nel 2024 la soglia di 1,5 °C è già stata superata, anche se temporaneamente. Sebbene ciò non rappresenti ancora un superamento di lungo periodo, indica che esiste il forte rischio di oltrepassare il limite in modo permanente nel prossimo futuro. Le ragioni del ritardo sono di due tipi: un deficit di attuazione e uno di ambizione degli stessi impegni presi a livello nazionale.

Secondo l’IPCC, prima della crisi energetica legata alla guerra in Ucraina nel 2022, la produzione di energia era responsabile del 34% delle emissioni nette totali di gas serra di origine antropica a livello mondiale, cioè 20 gigatonnellate di CO2 equivalente all’anno; l’industria rappresentava il 23% (14 Gt), l’agricoltura, l’uso delle foreste e gli altri usi del suolo il 22% (13 Gt), i trasporti il 15% (8,7 Gt) e gli edifici il restante 6% (3 Gt). Raggiungere emissioni nette zero entro metà secolo è l’obiettivo comune, ma i percorsi per arrivarci differiscono profondamente tra i settori. La ricerca ha chiarito che passare alle fonti di energia rinnovabile e alla mobilità elettrica di corto raggio è molto più fattibile rispetto alla decarbonizzazione in ambito industriale, agricolo o nel trasporto aereo, a causa delle difficoltà tecniche nella transizione dei settori hard-to-abate, della mancanza di alternative scalabili per il trasporto a lunga distanza, dell’inefficienza dei combustibili alternativi per l’aviazione, e delle complessità legate a fattori rilevanti per il settore agricolo, come  le tendenze demografiche, i sistemi alimentari, la competizione per l’uso del suolo.

Per questi motivi, tutti i percorsi verso emissioni nette zero elaborati da IPCC e IEA includono almeno una parte di mitigazione da realizzare mediante le strategie di rimozione dell’anidride carbonica (CDR), come l’afforestazione, la bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS), il potenziamento dell’assorbimento del carbonio nel suolo o la cattura diretta della CO2 dall’aria. La rimozione della CO₂ (CDR) è indispensabile per compensare le emissioni residue, ma non può sostituire un abbattimento  profondo alla fonte. L’IPCC AR6 la definisce “inevitabile” per raggiungere lo zero netto, ma solo come integrazione a una rapida decarbonizzazione. Livelli troppo elevati di CDR potrebbero infatti incoraggiare un maggiore consumo di combustibili fossili, soprattutto nel breve-medio termine, prima che il calo dei costi delle energie rinnovabili consenta di alimentare la CDR con energia pulita. Inoltre, gli impatti sull’uso del suolo potrebbero essere molto significativi: in uno scenario estremo di mitigazione con CDR molto elevato, la superficie agricola diminuirebbe dell’86% tra il 2050 e il 2100.

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Fonte: scienzainrete.it




Uno studio One Health getta nuova luce sul complesso intreccio fra pipistrelli, allevamenti suini e virus

Studio dell’IZSVe individua come almeno otto specie di pipistrelli (chirotteri) utilizzino le aree degli allevamenti di suini dell’Italia settentrionale. Sebbene questa interazione possa presentare effetti positivi per entrambe le specie, l’assenza di barriere fisiche e le lacune nella biosicurezza all’interno delle aziende suinicole possono comportare un rischio residuo per la trasmissione inter-specifica di virus.

Legnaro (Padova) –  I pipistrelli, o chirotteri, sono riconosciuti come serbatoi naturali di diversi coronavirus (CoV), da alcuni dei quali potrebbero essersi evolute specie virali pericolose per l’uomo e per gli animali domestici, come il SARS-CoV-2 o il virus della diarrea epidemica nel suino. Tuttavia, le dinamiche e i meccanismi che permettono il passaggio di questi virus agli animali da allevamento o all’uomo rimangono per lo più sconosciute.

I ricercatori del Laboratorio di zoonosi virali emergenti dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) hanno condotto uno studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Plos One, per valutare i fattori di rischio per la trasmissione di virus dai pipistrelli ai suini, usando come caso studio i coronavirus in alcuni allevamenti dell’Italia settentrionale. Lo studio è stato realizzato nell’ambito del progetto europeo ConVErgence e ha visto la collaborazione dell’Università La Sapienza di Roma, Università di Padova, Università di Bari, Università del Sussex (UK) e Coop. STERNA di Forlì.

“L’interfaccia fra animali selvatici, animali domestici ed esseri umani, rappresenta un confine molto labile dove possono emergere malattie infettive a carattere epidemico”, spiega Stefania Leopardi, veterinaria dirigente e supervisore della ricerca. “Sappiamo che gli allevamenti suini rappresentano possibili ‘hotspot’ per la diffusione e la comparsa di varianti ricombinanti potenzialmente pericolose per gli animali o l’uomo. Per questo motivo, l’identificazione di nuovi coronavirus è fondamentale per valutare il loro adattamento nel suino e nell’uomo, ma è altrettanto importante cercare di comprendere i fattori di rischio che possono favorire i fenomeni di spillover nelle specie animali.”

Indagini ecologiche, modellistica ambientale, analisi virologiche

Per la ricerca è stato utilizzato un approccio multidisciplinare ispirato al paradigma ‘One Health’, in cui sono state combinate indagini ecologiche, di modellistica ambientale e di virologia molecolare. Una prima fase ha riguardato il monitoraggio bioacustico in 14 allevamenti suinicoli del Triveneto, mediante cui sono state identificate otto specie di pipistrelli negli allevamenti, con P. kuhlii, P. pipistrellus e H. savii come le più diffuse e attive.

L’analisi del paesaggio e delle strutture aziendali ha permesso di identificare i fattori che influenzano maggiormente l’attività dei pipistrelli. È emerso che gli allevamenti con strutture in grado di attrarre insetti registrano un’intensa attività dei pipistrelli, mentre l’habitat circostante incide in misura minore sulla ricchezza delle specie.

Parallelamente, le indagini virologiche hanno permesso di identificare tre nuove specie di CoV, rilevati in P. kuhlii e H. savii, di cui è stato possibile ottenere il sequenziamento completo del genoma. Fondamentale per questa fase l’analisi combinata di campioni raccolti su tre colonie di P. kuhli e di campioni di archivio provenienti da attività di sorveglianza della rabbia in popolazioni di animali selvatici, condotte negli anni dal Laboratorio.

Fra le specie di pipistrello più comuni, è stata osservata una circolazione attiva di CoV in P. kuhlii, anche in colonie situate all’interno delle aziende suinicole, con l’identificazione di due specie distinte di CoV in questi pipistrelli. I CoV sono stati rilevati durante tutta la stagione di attività dei pipistrelli, con picchi a maggio e ad agosto, e in alcuni casi sembrano essere condivisi tra specie diverse di pipistrelli (P. kuhlii e H. savii), aumentando ulteriormente il rischio di ricombinazione genetica.

Le analisi filogenetiche mostrano inoltre che i suini potrebbero essere esposti ad almeno otto specie distinte di CoV, dal momento che i CoV sono associati in modo specifico al proprio ospite.

Da una parte lo studio mette in evidenza come le aziende suinicole possono rappresentare delle oasi per la conservazione dei pipistrelli in ambienti rurali di agricoltura intensiva, dove la monotonia degli elementi ambientali sta inaridendo la biodiversità. In questi ambienti, i pipistrelli possono svolgere un servizio ecosistemico di controllo degli insetti dannosi, anche contribuendo alla riduzione dei pesticidi. Tuttavia, la circolazione dei pipistrelli è anche associata al rischio potenziale di esposizione ai virus che essi veicolano.

Un aspetto fondamentale rilevato dallo studio è la frequente assenza di barriere fisiche negli allevamenti, allestite per impedire il contatto tra i pipistrelli e i recinti dei suini, e un’applicazione disomogenea delle pratiche di biosicurezza. Rafforzare queste misure potrebbe mitigare il rischio di esposizione ai diversi CoV, e più in generale ai virus associati alla fauna selvatica, migliorando la convivenza tra l’uomo e gli animali domestici e selvatici.

 

Fonte: IZS Venezie