Le popolazioni di api mellifere selvatiche dell’Unione Europea sono in pericolo

Lo stato di conservazione delle popolazioni selvatiche di api mellifere (Apis mellifera) nell’Unione Europea è stato recentemente rivalutato per la Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). La precedente classificazione “Data Deficient” (carenza di dati) è stata aggiornata a “In Pericolo”. Il progetto è stato realizzato da un team di 14 scienziati ed esperti, coordinati dall’associazione internazionale Honey Bee Watch, nell’ambito di uno studio più ampio, la Lista Rossa delle Api Europee, dedicato alla valutazione dello stato di conservazione di quasi 2.000 specie di api.

Prima della classificazione “Data Deficient” risalente al 2014, la scarsità di studi sugli alveari selvatici, unita alle prove derivanti dalle minacce che causano la mortalità di quelli gestiti dagli apicoltori, aveva portato scienziati e altri addetti ai lavori a supporre che le popolazioni di api mellifere selvatiche fossero completamente estinte in Europa.

Questa confusione e la mancanza di dati hanno spinto diversi ricercatori ad intraprendere studi sulla prevalenza e la distribuzione di colonie di Apis mellifera che vivono libere, ovvero quelle che scelgono autonomamente il proprio sito di nidificazione, che vivono senza l’intervento umano e il cui studio potrebbe rivelare la presenza di popolazioni selvatiche autosufficienti. Tali alveari sono stati successivamente rinvenuti – e sono attualmente oggetto di studio – in tutta Italia, in Irlanda e Regno Unito, nei parchi nazionali in Francia, nelle foreste di Germania, Svizzera e Polonia, nella capitale della Serbia, Belgrado.

L’aggiornamento allo status “In Pericolo” si applica solo ai 27 Paesi membri dell’UE, ed è stato reso possibile grazie alla collaborazione con diverse università, istituti di ricerca, associazioni indipendenti, e a studi recenti che hanno fornito una stima del declino delle popolazioni di alveari selvatici. A livello paneuropeo più ampio, lo status rimane invece “Data Deficient” a causa della scarsità di dati sulle popolazioni selvatiche in questa regione più estesa.

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Fonte: IZS Venezie




Pubblicati i report nazionali su Habitat e Uccelli: lo stato della natura in Italia 2019-2024

Sono state pubblicate su Reportnet3, la nuova piattaforma europea di e-Reporting, le versioni finali dei report nazionali sulle Direttive Habitat e Uccelli. I documenti chiudono il ciclo di monitoraggio 2019-2024 e offrono un quadro scientifico aggiornato sullo stato di conservazione del patrimonio naturale italiano, rappresentando uno strumento chiave per la tutela della biodiversità.

La pubblicazione consente all’Italia di adempiere agli obblighi previsti dalla normativa europea e, allo stesso tempo, di disporre di una base conoscitiva solida per orientare le future politiche ambientali.

Il ruolo strategico dei report per le politiche ambientali

I report nazionali sulle Direttive Habitat e Uccelli svolgono una funzione centrale nella valutazione dell’efficacia delle misure di conservazione adottate nel Paese. Oltre a rispondere alle richieste della Commissione Europea, permettono di individuare criticità, suggerire eventuali correzioni alle politiche in atto e migliorare la pianificazione degli interventi.

Queste analisi consentono anche di orientare l’allocazione delle risorse economiche verso le aree e le specie maggiormente esposte a rischi di conservazione, garantendo interventi più mirati ed efficaci.

Nature Restoration Law

I dati contenuti nei report costituiscono una solida base scientifica a supporto della Nature Restoration Law, la normativa europea dedicata al ripristino degli ecosistemi degradati. Le informazioni raccolte su habitat e specie forniscono infatti elementi essenziali per definire priorità di intervento, obiettivi di recupero e indicatori di successo delle azioni di ripristino ambientale.

In questo senso, i report rappresentano uno strumento fondamentale per collegare monitoraggio scientifico e attuazione concreta delle politiche europee per la biodiversità.

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Fonte: ambienteinsalute.it




Programma triennale “Salute, ambiente, biodiversità e clima”

È stato formalmente adottato il Programma triennale “Salute, ambiente, biodiversità e clima”, documento strategico che rafforza l’integrazione tra politiche sanitarie e ambientali e consolida l’approccio One Health nella prevenzione dei rischi ambientali e climatici per la salute.

Il Programma è frutto del lavoro congiunto della Cabina di regia istituita dal DPCM 29 marzo 2023 ed è stato discusso con gli interlocutori istituzionali nel corso della Prima Conferenza Nazionale del Sistema Nazionale Prevenzione Salute dai rischi ambientali e climatici (SNPS).

Nella sua versione definitiva, il documento è stato fatto proprio dal Consiglio del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), visionato dal Coordinamento Interregionale della Prevenzione e adottato formalmente dalla Cabina di regia il 31 ottobre 2025.

Il Programma triennale definisce una strategia multilivello finalizzata a rafforzare la capacità del Paese di prevenire e gestire gli impatti sulla salute associati a fattori ambientali e climatici, promuovendo una governance integrata tra il Servizio sanitario nazionale, i Sistemi regionali di prevenzione e il Sistema nazionale di protezione ambientale.

Il Programma triennale in sintesi

Obiettivi

  • Rafforzare la prevenzione e la tutela della salute rispetto ai rischi ambientali e climatici
  • Consolidare l’approccio One Health / Planetary Health
  • Ridurre le diseguaglianze territoriali e promuovere risposte omogenee sul territorio nazionale
  • Ambiti di intervento prioritari
  • Inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo
  • Esposizione a contaminanti ambientali e fattori fisici
  • Cambiamenti climatici e impatti sulla salute
  • Tutela delle popolazioni vulnerabili
  • Sicurezza delle filiere agroalimentari e tutela della biodiversità

Linee strategiche

  • Rafforzamento della governance del SNPS e dei Sistemi regionali (SRPS)
  • Maggiore integrazione tra sanità e ambiente e tra SNPS e SNPA
  • Sviluppo dell’interoperabilità dei sistemi informativi sanitari e ambientali
  • Potenziamento della formazione specialistica e intersettoriale
  • Coerenza tra LEA e LEPTA

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Fonte: Ministero della salute




Il clima, la salute e le comunità: scenari possibili

ambiente, animale e uomoGli impatti sull’ambiente di vita per le comunità sono rilevanti già ora … Il rapporto clima e salute è immediato. Le comunità ne risentono a secondo della loro ubicazione. È necessario aiutare una loro crescita di consapevolezza e di empowerment. Comunità proattive sono comunità più sane.

Il tema del clima, che aveva trovato una sua centralità nel dibattito politico internazionale per i mutamenti in atto della agenda politico istituzionale rischia di divenire derubricata dalle priorità di politica internazionale. L’attenzione al rilancio dell’energia da petrolio e derivati fa parte del pacchetto elettorale dell’attuale amministrazione USA. Il problema però continua a sussistere. I dati degli osservatori internazionali sono concordi sulle dinamiche in atto che non delineano uno scenario rassicurante. I cambiamenti climatici tendono ad avvicinarsi pericolosamente ad un livello di non ritorno. Gli impatti sull’ambiente di vita per le comunità sono rilevanti già ora … Il rapporto clima e salute è immediato. Le comunità ne risentono a secondo della loro ubicazione. È necessario aiutare una loro crescita di consapevolezza e di empowerment. Comunità proattive sono comunità più sane.

Il limite di +1,5 °C per il riscaldamento globale: perché?

È stato definito come obiettivo internazionale il 12 dicembre 2015 a Parigi.  Quest obiettivo è stato sancito durante la COP21 (la ventunesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC), culminata nell’adozione dell’Accordo di Parigi. L’Accordo di Parigi, impegnava i Paesi firmatari a contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, perseguendo sforzi per limitarlo a 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali, basandosi sulle evidenze scientifiche dell’IPCC.

L’accordo impegnava le 195 nazioni firmatarie a mantenere l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto dei 2 °C” rispetto ai livelli pre-industriali, stabilendo al contempo di “proseguire gli sforzi” per limitare tale incremento all’1,5 °C. Successivamente, nel 2018, l’IPCC (Gruppo intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) ha pubblicato un rapporto speciale che ha confermato come superare la soglia di 1,5 °C comporterebbe rischi e impatti ambientali drasticamente superiori rispetto a tale limite. Sebbene l’accordo sia entrato in vigore il 4 novembre 2016, i dati scientifici indicano che il 2024 è stato il primo anno solare a superare mediamente la soglia di 1,5 °C, rendendo l’obiettivo di Parigi sempre più critico da mantenere nel lungo periodo.

È una soglia cruciale perché superarla aumenta drasticamente il rischio di effetti climatici catastrofici e irreversibili per persone e natura, come la distruzione delle barriere coralline, la perdita di ghiacciai e l’innalzamento del livello del mare, rendendo gli impatti molto più gravi rispetto all’obiettivo di 1,5°C. È un “confine planetario” scientificamente definito, non arbitrario, che separa un futuro “difficile” da uno potenzialmente “irreversibile“, attivando punti di svolta pericolosi come il collasso delle correnti oceaniche o lo scioglimento del permafrost. Ogni frazione di grado conta.

Quindi ogni scelta concreta impatta sugli equilibri dell’ecosistema terra e ne condizionano in bene o in male le condizioni di sopravvivenza di tutte le specie animali e vegetali, compreso l’uomo.

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Fonte: quotidianosanità.it




La crisi idrica a un punto di non ritorno

Cambiamenti climaticiIl mondo è entrato nell’era della bancarotta idrica globale: viviamo in una situazione in cui l’uso e l‘inquinamento delle fonti d’acqua hanno superato le possibilità di rinnovamento e non potranno essere più riportate ai livelli precedenti.

A dirlo è il rapporto delle Nazioni Unite guidato da Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università dell’Onu.
Nel documento si chiede un ripensamento radicale dell’agenda politica globale. “Questo rapporto racconta una scomoda verità: molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta“, ha rilevato Madani.

Il rapporto mette in luce come i bacini d’acqua e le zone umide si stiano rapidamente riducendo: oltre la metà dei grandi laghi del mondo ha perso acqua dall’inizio degli anni ’90 e in 50 anni l’umanità ha perso circa 410 milioni di ettari di zone umide naturali, quasi la superficie dell’Unione Europea. Inoltre, circa il 70% delle principali falde acquifere nel mondo mostra un declino a lungo termine.

Questo impoverimento delle riserve d’acqua si ripercuote sulla popolazione umana: circa 2,2 miliardi di persone non dispongono ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi sono privi di servizi igienico-sanitari e quasi 4 miliardi affrontano una grave carenza d’acqua per almeno un mese all’anno.

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Fonte: ANSA




Si perde biodiversità e le zanzare si nutrono sempre più di sangue umano

L’animale più pericoloso al mondo è sempre più assetato di sangue umano. Detta così potrebbe sembrare l’incipit di un film dell’orrore, ma in realtà c’è un motivo specifico per cui le zanzare scelgono sempre più spesso di nutrirsi del nostro sangue e, guarda caso, è una questione che ha a che fare proprio con le azioni dell’uomo. Con la perdita di biodiversità innescata dalle scelte antropiche le zanzare femmine, in luoghi dove vengono a mancare le foreste e si riducono gli habitat, tendono a causa di meno vertebrati “a disposizione” a preferire l’uomo quando devono nutrirsi. Conclusioni a cui è arrivato un nuovo studio da poco pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution e condotto da un gruppo di ricercatori brasiliani. Gli esperti sottolineano come questa preferenza delle zanzare, oltretutto, potrebbe avere nel tempo un impatto sulla salute umana dato che come sappiamo possono trasmettere agenti patogeni da un ospite all’altro.

Quando vanno alla ricerca di sangue le zanzare si orientano in base a determinati fattori tra cui odore e calore corporeo ma anche a seconda della disponibilità. Fenomeni negativi come la deforestazione e il consumo di suolo o il cambiamento d’uso dei terreni incidono ovviamente sulla biodiversità e la presenza di animali e dunque, come è stato osservato in Brasile, le zanzare lungo la costa orientale del Paese si spostano e prelevano più sangue dagli umani rispetto a quello di qualsiasi altro animale. Il campo di studio dei ricercatori dell’Università Federale Rurale di Rio de Janeiro e dell’Istituto Oswaldo Cruz è stato l’umida Foresta Atlantica, un tempo un’area naturale intatta che poi però è stata impattata dalle azioni dell’uomo. Oggi in quello scrigno verde sono ormai presenti solo un terzo delle specie selvatiche che un tempo la abitavano. Di conseguenza, con meno vertebrati a disposizione, le zanzare qui hanno adattato la loro dieta mettendo al primo posto la scelta di sangue umano. Per scoprire questo aspetto sono state utilizzate trappole luminose piazzate nella riserva naturale Sítio Recanto e la riserva ecologica di Guapiaçu, esche in grado di catturare i “mosquitos”: circa 1700 quelli intrappolati e almeno nove le specie di zanzare femmine. Di questi esemplari 145 erano pieni di sangue: in sostanza avevano appena “mangiato”. Successivamente i ricercatori hanno sequenziato il DNA di quel sangue scoprendo che la maggior parte degli insetti, oltre tre quarti, aveva punto esseri umani. Su un campione di 24 zanzare, quelle meglio analizzato e da cui è stato possibile trarre informazioni utili, la fonte di cibo in 18 casi era l’uomo, gli altri erano anfibi, uccelli, cani e topi.

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Fonte: repubblica.it




Gli antibiotici viaggiano nel mondo acquatico: una revisione fa il punto su 10 anni di studi

Usati ogni giorno per curare persone e animali, gli antibiotici hanno migliorato la salute pubblica in modo decisivo. Ma una volta utilizzati, una parte di essi finisce inevitabilmente nell’ambiente: attraverso scarichi urbani, acque reflue o residui provenienti dagli allevamenti può infatti raggiungere fiumi, laghi, mari e acque sotterranee, dove i farmaci possono restare a lungo e interagire con gli ecosistemi. A fare il punto su questo fenomeno è una revisione condotta dai ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (IZSAM), pubblicata sulla rivista “Science of the Total Environment”.

La review ha analizzato 6305 dati di concentrazione a partire da 101 studi condotti in 6 continenti e 76 Paesi nel corso dell’ultimo decennio, tracciando un quadro globale della presenza di antibiotici negli ambienti acquatici. Sono state prese in esame 142 molecole (inclusi i prodotti di degradazione) appartenenti a 15 classi di antibiotici, dalle penicilline alle tetracicline, dai macrolidi ai chinoloni, evidenziando come i residui siano diffusi in tutti i continenti, ma con concentrazioni e distribuzioni molto diverse da un’area all’altra.

“La nostra analisi ha raccolto e confrontato le informazioni prodotte da oltre dieci anni di studi – dice Roberta Rosato, ricercatrice del Reparto di Bromatologia e Residui dei Farmaci IZSAM – fornendo una visione d’insieme sulle concentrazioni di antibiotici nelle acque e sulle differenze tra regioni e tipi di ambiente. In particolare, nei Paesi in via di sviluppo, la presenza di antibiotici ha raggiunto livelli di concentrazione più elevati, conseguenza della scarsità (o assenza) di politiche nazionali mirate a contrastare l’inquinamento delle acque da parte di contaminanti emergenti e della scarsa consapevolezza sull’uso responsabile degli antibiotici e della gestione delle acque reflue. Tuttavia, ancora molto c’è da fare. Infatti, molte aree risultano ancora poco studiate, mentre lo scarso monitoraggio di alcune molecole sembra essere correlato alla mancanza di materiali di riferimento e metodi analitici”.

La presenza di antibiotici negli ecosistemi acquatici non è solo un indicatore di inquinamento, ma può innescare conseguenze profonde. Anche a basse concentrazioni, queste sostanze possono alterare l’equilibrio delle comunità microbiche e favorire la selezione di batteri resistenti, che trovano nell’ambiente un terreno ideale per diffondere i propri geni di resistenza. Un meccanismo che, attraverso le catene alimentari e il contatto con l’uomo o gli animali, può contribuire alla diffusione globale dell’antimicrobico-resistenza, una delle minacce sanitarie più gravi del nostro tempo.

“Capire dove, quanto e come questi farmaci si accumulano è essenziale per costruire strategie di prevenzione efficaci. – continua Rosato – La diffusione degli antibiotici nelle acque è una minaccia silenziosa ma concreta, che lega strettamente la salute degli ecosistemi a quella degli animali e dell’uomo. Ecco perché la ricerca dovrà sempre più concentrarsi su metodi di monitoraggio più sensibili e su soluzioni mirate e integrate, che coinvolgano sanità, ambiente e filiere produttive in una prospettiva One Health”.

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Fonte: IZS Teramo




Stiamo scoprendo nuove specie sempre più velocemente

La velocità con cui scopriamo nuove specie al mondo è decisamente più elevata rispetto ai ritmi che portano all’estinzione delle specie. Questo fatto, oltre alla consapevolezza che ci siano sempre più esemplari di fauna e flora da scoprire, lascia aperta la speranza all’ipotesi che – nonostante l’impatto negativo dell’uomo sulla Terra – la biodiversità di alcuni gruppi di esseri viventi sia ben più ricca di quanto finora immaginata, con vantaggi futuri anche per la salute dell’uomo. Soltanto fino a pochi secoli fa l’umanità non solo non aveva idea di chi, quali e quante fossero le creature con cui stava condividendo la vita sul Pianeta, ma non riusciva nemmeno a identificarle o darle un nome.

I segreti della biodiversità

Poi, circa 300 anni fa, il prezioso lavoro del naturalista Carlo Linneo (Carl Nilsson Linnaeus) fu l’inizio di una straordinaria impresa capace di dare un nome a ogni organismo vivente sulla Terra: lo svedese divenne il padre della moderna tassonomia e, grazie al suo sistema di denominazione binominale, riuscì a classificare e descrivere oltre 10mila specie di piante e animali.

A partire dai suoi metodi la conoscenza di tutti gli abitanti della Terra è diventata esponenziale e gli scienziati hanno continuato a descrivere nuove specie nella ricerca per svelare i segreti della biodiversità planetaria. Ma con l’attuale declino che la varietà animale e vegetale stanno vivendo spesso a causa degli impatti antropici, si pensava di essere davanti a un freno o perlomeno un rallentamento nella scoperta. Tutt’altro, dice però un nuovo studio pubblicato su Science Adavances dai ricercatori dell’Università dell’Arizona.

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Fonte: repubblica.it




L’Intelligenza Artificiale nel monitoraggio delle zanzare

Il monitoraggio e la corretta identificazione degli artropodi (insetti e acari) di interesse medico sono attività fondamentali per la prevenzione e il controllo delle malattie trasmesse dalle specie aventi attività vettoriale.
Il Laboratorio di Entomologia Sanitaria IZSPB, grazie a un recente accordo di collaborazione tra la Direzione Generale IZSPB e l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), partecipa – con 18 Istituzioni/Enti Ricerca nazionali da 16 regioni- al progetto Mosquito Artificial Intelligence Control (MosAICo), finanziato dalla fondazione INF- ACT.

Il progetto MosAICo è stato ideato e sviluppato nei laboratori dell’ISS da un Team multidisciplinare di esperti afferenti al Centro Nazionale Protezione dalle Radiazioni e Fisica Computazionale
(Gigante G., Tubito A., Dante V., Ciardiello A.) e al Dipartimento di Malattie Infettive di detto Istituto (Alano P, Sarleti N., Di Luca M., Severini F., Silvestrini F.), con l’obiettivo di creare uno
strumento basato sulla Intelligenza Artificiale (IA) che, utilizzando tecniche avanzate di Deep Learning e Computer Vision, fosse in grado di effettuare una identificazione accurata dei vettori.
Nella primavera di quest’anno, le dott.sse M. Assunta Cafiero e M. Grazia Cariglia (Entomologia Sanitaria, IZSPB) hanno partecipato al Workshop tenutosi presso la sede dell’ISS, dedicato alla
presentazione e dimostrazione pratica del sistema MosAICo; nell’occasione, l’IZSPB ha ricevuto in dotazione dall’ISS uno dei 10 prototipi a disposizione, al fine di partecipare alla validazione del
modello di intelligenza artificiale, seguendo i protocolli di lavoro condivisi con il coordinatore (ISS).

In sintesi, il sistema MosAICo permette di catturare, analizzare e trasmettere a un data-base interattivo immagini multiple di zanzare, fornendo simultaneamente e in tempo reale la
classificazione fino a 82 esemplari di culicidi adulti, cosi ottimizzando il lavoro degli esperti di entomologia medica, a supporto delle attività di sorveglianza entomologica. Inoltre, l’analisi è
interattiva e i feedback offrono la possibilità di correggere di volta in volta eventuali errori di identificazione dello strumento, migliorandone la precisione.

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Fonte: IZS Puglia e Basilicata




Tartarughe marine e mitili: uno studio al servizio delle politiche ambientali

Negli ultimi anni, lungo le coste italiane, i mitilicoltori hanno iniziato a notare un fenomeno inatteso: tartarughe marine che si aggirano tra le file degli allevamenti di cozze, spesso lasciando dietro di sé reti danneggiate e mitili divorati. Da queste osservazioni nasce il primo studio sistematico in Italia sulle interazioni tra Caretta caretta e gli impianti di mitilicoltura, condotto in collaborazione tra l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise, l’Università Politecnica delle MarcheISPRA e CNR-IAS.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Animals , ha combinato un’indagine tra i mitilicoltori italiani con l’analisi dei contenuti gastrici di tartarughe spiaggiate o catturate accidentalmente. “Questo fenomeno mette in dialogo diretto conservazione e acquacoltura. – spiega la dottoressa Ludovica Di Renzo, IZSAM, Laboratorio Ecosistemi acquatici e terrestri, Reparto Allevamento e Sperimentazione Animale – Volevamo capire quanto fosse diffuso, raccogliere e divulgare i dati e offrire uno strumento utile agli organi competenti per le decisioni future. I risultati mostrano infatti che la presenza delle tartarughe negli allevamenti non è più episodica, ma in crescita negli ultimi anni, parallelamente all’aumento della temperatura delle acque. Questo rende necessarie strategie di mitigazione che tutelino il lavoro degli acquacoltori senza compromettere la conservazione delle tartarughe marine”.

Il questionario, compilato da 36 aziende di mitilicoltura, ha rivelato che quasi tutti gli allevatori hanno osservato tartarughe nelle proprie aree di lavoro, in particolare nel Mare Adriatico. Le segnalazioni sono risultate più frequenti in estate al Nord e in autunno al Sud, seguendo l’andamento stagionale delle acque più calde. Oltre il 90% dei mitilicoltori ha dichiarato di aver subito danni diretti alle strutture e perdite di prodotto, stimate in alcuni casi in decine di migliaia di euro.

Se da un lato gli allevamenti rappresentano vere e proprie “oasi di biodiversità”, attirando molte specie marine, dall’altro le interazioni con le tartarughe comportano danni economici rilevanti: la rottura delle reti e il consumo dei molluschi può causare perdite fino a centinaia di migliaia di euro l’anno. Le misure di dissuasione testate finora hanno avuto scarso successo.

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Fonte: IZS Teramo