West Nile. Ferri all’ANSA: centinaia di veterinari in campo

artropodiIl dott. Maurizio Ferri, coordinatore scientifico della SIMeVeP, è stato intervistato dall’Ansa sul virus della febbre del Nilo.

Il virus West Nile arriva trasportato dagli uccelli migratori, può albergare in cavalli ed altri animali, ma un grande pericolo è rappresentato anche dalle uova delle zanzare: le femmine infette possono infatti trasmetterlo alle larve e questo tipo di trasmissione “transovarica” amplifica pericolosamente la circolazione del virus.

Da qui l’importanza delle misure di monitoraggio e sorveglianza sugli animali portatori, per poterli identificare e procedere poi alla disinsettazione dei territori: per fare questo, sono in campo centinaia di veterinari del Servizio sanitario nazionale, impegnati nei territori teatro dei focolai di infezione di queste ultime settimane.

 

Articolo Il Sole 24 ORE

 Articolo Gazzetta del Sud

Articolo Il Messaggero 
Articolo Tgcom24




Microplastiche nei molluschi: uno studio IZSAM sul loro accumulo e sulla depurazione

microplasticheUn esperimento condotto in condizioni controllate ha permesso di osservare come le ostriche accumulano le microplastiche presenti nel nostro mare e quanto riescono a eliminarle prima di arrivare al consumo umano.

 Le ostriche, molluschi bivalvi efficienti filtratori, possono ingerire microplastiche, frammenti inferiori a 5 millimetri che derivano dalla degradazione dei rifiuti plastici. Una volta accumulate nei tessuti, queste particelle possono finire anche sulle nostre tavole, diventando una possibile via di contaminazione per l’uomo. Uno studio pubblicato sulla rivista Water da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise (IZSAM), in collaborazione con l’Istituto per lo Studio degli Impatti Antropici e Sostenibilità in Ambiente Marino (IAS-CNR), ha indagato in laboratorio cosa succede quando le ostriche vengono esposte a queste particelle, e come riescono a eliminarle.

Per riprodurre condizioni realistiche, sono state utilizzate microplastiche di forme e polimeri differenti (filamenti di polipropilene, sfere di polistirene, frammenti di polietilene tereftalato), invecchiate artificialmente al fine di creare un biofilm e renderle il più possibile simili a quelle presenti in natura. Le ostriche sono state mantenute per 28 giorni in vasche con acqua di mare sintetica contenente queste particelle, una procedura che in gergo scientifico viene chiamata “esposizione”: significa mettere gli animali in contatto diretto e continuativo con una determinata sostanza per studiarne gli effetti. Al termine di tale periodo, le ostriche contenevano in media oltre 5 particelle di microplastica per grammo di tessuto. La maggior parte erano filamenti (79%), seguiti da sfere (19%) e frammenti (2%).

Successivamente, gli animali sono stati trasferiti in acqua di mare sintetica pulita per simulare la fase di depurazione, un trattamento previsto presso appositi centri per tutti i molluschi prima di essere immessi sul mercato. Questo processo serve normalmente a eliminare batteri e altri agenti patogeni, ma può avere un effetto anche sulle microplastiche.

“Abbiamo osservato una riduzione significativa della presenza delle microplastiche, circa il 69%, già nelle prime 24 ore – dice Sara Recchi, biologa marina dell’IZSAM – e una diminuzione complessiva del 92% entro cinque giorni dall’inizio del periodo di depurazione. Le particelle che non venivano eliminate facilmente erano soprattutto quelle di dimensioni maggiori o con forme più complesse, come i filamenti più lunghi.”

Lo studio ha analizzato anche un altro aspetto: il possibile effetto delle microplastiche sulle ostriche a livello cellulare. Per farlo, i ricercatori hanno analizzato alcuni geni “di riferimento”, ovvero geni che mantengono livelli di attività stabili anche in condizioni difficili. Questi geni non sono coinvolti nella risposta allo stress, ma servono come base di confronto per studiare quelli che invece si attivano o si spengono in presenza di inquinanti.

Leggi l’articolo

Fonte: IZS Teramo




Chiusura uffici

Gli uffici della SIMeVeP sono chiusi dall’11 al 22 agosto.

L’aggiornamento del sito e la newsletter sono sospesi per tutto il mese di agosto.

Arrivederci al 1° settembre!




Almanacco della sicurezza alimentare: normative e istituzioni di diversi paesi in un’unica piattaforma

datiUn’unica piattaforma con tutte le informazioni sulle normative e le istituzioni pubbliche responsabili per la sicurezza alimentare di numerosi Paesi? È l’Almanacco della Sicurezza Alimentare pubblicato dall’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (BfR), uno strumento online che permette di identificare in modo rapido ed efficace le autorità e le istituzioni pertinenti di 38 Paesi (più l’Unione Europea) e i potenziali partner per la collaborazione internazionale. L’obiettivo del BfR è promuovere un maggiore allineamento delle norme e delle procedure esistenti, contribuendo a semplificare gli sforzi ed evitando così inutili duplicazioni del lavoro.

Dal 2009, il BfR ha pubblicato cinque edizioni stampate dell’Almanacco per la Sicurezza Alimentare dell’UE in diverse lingue, l’ultimo dei quali nell’agosto 2021. L’anno successivo l’Almanacco ha fatto il salto nel mondo digitale, e si è trasformato in una piattaforma online dinamica e costantemente aggiornata, allargando il suo database anche a Paesi extra UE (principalmente stati della regione europea, per ora).

Almanacco della Sicurezza Alimentare Italia
Il profilo dell’Italia sull’Almanacco della Sicurezza Alimentare

L’Almanacco, quindi, è uno strumento destinato a responsabili della sicurezza alimentare all’interno delle istituzioni nazionali ed europee, e ad altri addetti ai lavori. Il BfR invita i vari Paesi a mantenere aggiornato il loro profilo e di garantire l’accuratezza del contenuto almeno una volta all’anno: ogni paese, istituzione o organizzazione è infatti responsabile del contenuto del proprio profilo.

Leggi l’articolo

Fonte: ilfattoalimentare.it




AI: una nuova opportunità contro le infezioni antibiotico resistenti?

Antibioticoresistenza

A partire dalla scoperta e sviluppo della penicillina negli anni ‘40 del secolo scorso, la ricerca farmacologica ha compiuto progressi inarrestabili per oltre quarant’anni identificando nuove classi di antibiotici, ciascuna con uno specifico meccanismo d’azione, che hanno consentito per decenni di trattare un ampio spettro di infezioni batteriche con successo. Tuttavia, le straordinarie capacità adattative dei patogeni, stimolate da un uso eccessivo e spesso inadeguato degli antibiotici, hanno inaspettatamente portato allo sviluppo di resistenze contro i principali meccanismi molecolari dei farmaci.

Al contempo, all’“età dell’oro” della scoperta antibiotica è seguito un forte rallentamento nella ricerca: l’incapacità di individuare strategie terapeutiche innovative ha contribuito a rendere l’antibiotico resistenza la pandemia silenziosa di questo secolo. Secondo il rapporto dell’ONU No Time to Wait del 2019, in assenza di un intervento urgente e coordinato a livello globale, le infezioni resistenti potrebbero causare fino a 10 milioni di morti all’anno entro il 2050. Attualmente in Europa si registrano 35.000 decessi annui legati a queste infezioni, un terzo dei quali in Italia, che si conferma tra i maggiori consumatori di antibiotici.

Come riporta l’AIFA, l’agenzia del farmaco, nel suo Rapporto nazionale sull’uso degli antibiotici in Italia relativo all’anno 2023, nella nostra penisola si osserva un preoccupante incremento del 5,4% nel consumo di antibiotici a uso sistemico e del 4,3% attraverso le altre vie di somministrazione rispetto all’anno precedente. Si tratta dunque di una sfida non più rinviabile, per la quale è urgente dotarsi di nuovi strumenti. E l’intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi l’alleato che finora è mancato.

La vista lunga dell’algoritmo

Da circa un decennio, infatti, la ricerca scientifica sfrutta modelli di AI per sviluppare nuove strategie terapeutiche. Gli algoritmi più utilizzati si basano su modelli matematici in grado di elaborare grandi volumi di dati: partendo da dataset contenenti migliaia di molecole ad attività nota, il sistema è capace di individuare le porzioni molecolari responsabili dell’attività contro determinati target terapeutici, prevederne le interazioni nell’organismo in termini di efficacia e tossicità, ed eventualmente generare, sulla base delle informazioni acquisite, strutture molecolari ex novo potenzialmente attive. I modelli più comunemente usati si basano su metodi tradizionali di apprendimento automatico (Machine Learning, ML). Gli algoritmi riescono a riconoscere le caratteristiche strutturali importanti e a prevedere come queste molecole interagiranno con l’organismo, in termini di efficacia o tossicità. Questo permette di ridurre drasticamente la necessità di testare ogni singola molecola in laboratorio, con un grande vantaggio in termini di costi e tempi.

Leggi l’articolo

Fonte: scienzainrete.it




Circa il 9% della superficie terrestre è ad elevato rischio di focolai zoonotici

Durante la pandemia da Covid-19 abbiamo imparato a familiarizzare con il concetto di “zoonosi”, malattie che possono essere trasmesse dagli animali agli esseri umani attraverso il famoso “salto di specie”. Un fenomeno che ha molto a che fare con il cambiamento climatico e con le attività antropiche, che in modi diversi favoriscono il contatto fra specie selvatiche e specie domestiche o da allevamento, e quindi con l’essere umano. Nel corso di uno studio pubblicato su Science Advances, un gruppo di ricercatrici e ricercatori ha analizzato l’influenza che fattori climatici, ambientali e relativi alla densità di popolazione hanno avuto in passato sullo sviluppo di focolai zoonotici a livello globale.

Fonte: repubblica.it



Sindrome da Febbre Grave con Piastrinopenia: un’altra malattia infettiva trasmesse da zecche

La Sindrome da Febbre Grave con Piastrinopenia  (Severe Fever with Thrombocytopenia Syndrome – SFTS) è una malattia infettiva trasmessa dalle zecche, causata dal virus SFTS (SFTSV), noto anche come Dabie bandavirus, dell’ordine Bunyavirales. È stata identificata per la prima volta nelle aree rurali della Cina nel 2009 e da allora è stata segnalata in altri paesi dell’Asia orientale come la Corea del Sud, il Giappone, il Vietnam e il Myanmar.

La SFTS è motivo di costante preoccupazione per la sanità pubblica nelle regioni colpite, e la ricerca è in continua evoluzione per comprenderne meglio la patogenesi, sviluppare trattamenti efficaci e implementare misure di controllo. Sebbene si diffonda principalmente tramite il morso della zecca Haemaphysalis longicornis, la SFTS può anche essere trasmessa all’uomo attraverso il contatto con il sangue, la saliva, il vomito o le feci di animali infetti, in particolare di cani e gatti. La continua scoperta di ospiti del virus suggerisce che possa avere un raggio di trasmissione più ampio e il potenziale di incrociare le specie.

Un recente revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2024 su Lancet, presenta l’ultimo rapporto globale sulla SFTS. In termini di infezioni umane, i tassi di notifica e i tassi di mortalità per notifica sono in aumento, mentre il tasso di mortalità è diminuito significativamente molto probabilmente per l’efficacia dei trattamenti terapeutici. Sono stati scoperti più ospiti animali del virus SFTS rispetto al passato, in particolare tra gli uccelli, il che indica un potenziale raggio di trasmissione più ampio per il virus SFTS. Questi risultati forniscono informazioni cruciali per la prevenzione e il controllo della SFTS su scala globale.

La principale modalità di trasmissione all’uomo è attraverso il morso di zecche. È stata segnalata anche la trasmissione da persona a persona, che avviene tramite contatto diretto con il sangue o le mucose di una persona infetta. Ma anche animali, come cani e gatti possono anch’essi essere infetti e, in rari casi, tramettere l’infezione all’uomo.

Il quadro clinico umano è tipico di una malattia febbrile acuta con un periodo di incubazione di 5-14 giorni. I sintomi tipicamente includono, febbre spesso elevata, piastrinopenia (un segno distintivo della sindrome), leucopenia, nausea, vomito, diarrea (feci nere), perdita di appetito. Altri sintomi sono affaticamento, mal di testa, dolori muscolari (mialgia), linfonodi ingrossati (linfoadenopatia) e talvolta sanguinamento (emorragia).  Nei casi gravi, la SFTS può portare a insufficienza multiorgano e ha un tasso di mortalità che varia dal 12% a un massimo del 30% in alcune aree, e può raggiungere il 60% nei gatti.

Distribuzione Geografica

La SFTS, è principalmente endemica in Cina, specialmente nelle aree rurali centrali, orientali e nord-orientali, Corea del Sud, Giappone, Vietnam e Myanmar.  Preoccupa la potenziale diffusione in altre regioni, in particolare con la dispersione globale del principale vettore, la zecca  Haemaphysalis longicornis attraverso la migrazione degli uccelli migratori. Questa zecca è stata anche segnalata in Australia, Nuova Zelanda negli Stati Uniti, con il rischio di trasmissione algi animale e all’uomo del virus SFTSV

Non esistono vaccini per SFTS e per la cura, ad oggi non esiste un trattamento antivirale specifico ma principalmente di supporto che può includere: gestione dei fluidi, trasfusioni di sangue (per piastrinopenia grave o sanguinamento), gestione della disfunzione d’organo, antibiotici se si sospettano infezioni batteriche secondarie. Farmaci antivirali come ribavirina e favipiravir sono stati studiati, ma la loro efficacia nel ridurre la mortalità nei pazienti con SFTS rimane controversa e non è stata conclusivamente provata negli studi clinici.

Pertanto risulta fondamentale la prevenzione che si concentra sull’evitare i morsi di zecca e sull’adozione di comportamenti e misure come: utilizzo di indumenti protettivi quando ci si trova in aree infestate dalle zecche e di repellenti per insetti, controlli approfonditi per le zecche dopo attività all’aperto, rimozione rapida e corretta della zecche attaccate.

Il Caso Studio: Decesso di un veterinario in Giappone

Dal 2013, il Giappone ha riportato 1.071 casi umani di SFTS e 117 decessi (dati aggiornati ad aprile 2025), con una tendenza crescente di oltre 100 nuovi casi all’anno. Tra il 2018 e aprile 2025, undici veterinari sono stati infettati tramite esposizione animale. Di recente un veterinario è tragicamente deceduto a seguito dell’infezione da SFTS, probabilmente contratta dopo aver curato un gatto infetto. Questo evento segna la prima fatalità registrata in Giappone tra i veterinari a causa di SFTS trasmessa da animali, e ha portato ad un avviso nazionale per la comunità dei veterinari. Ai fini preventivi e per mitigare ulteriori rischi il governo giapponese ha pubblicato manuali di sicurezza per gli operatori e veterinari e linee guida per la comunicazione con i proprietari di animali domestici specie per quelli che occasionalmente escono all’aperto.  La prevenzione per i veterinari va attuata nelle aree ad alto rischio adottando misure come l’utilizzo di guanti mascherine e camici nel corso della visita di cani e gatti. Mentre i proprietari di animali domestici nelle regioni interessate dovrebbero evitare il contatto diretto con gatti randagi o visibilmente malati e utilizzare sempre guanti o un’accurata igienizzazione delle mani, se il contatto è inevitabile.

Maurizio Ferri – Coordinatore Scientifico SIMeVeP




Il West Nile Virus e la sorveglianza integrata, principi di approccio One Health

Il West Nile virus (WNV) rappresenta una crescente preoccupazione in Italia e in Europa. Questa infezione virale, trasmessa principalmente dalle zanzare del genere Culex, ha come serbatoi naturali gli uccelli, mentre cavalli e esseri umani sono ospiti a fondo cieco. In Italia, è endemica, in particolare nelle regioni che circondano il delta del Po, come Emilia-Romagna e Veneto ed i recentissimi 8 casi di infezione conclamata in Campania che hanno dato luogo ad altrettante ospedalizzazioni a causa di forme neuroinvasive, si tratta di persone che, nella maggior parte dei casi hanno villeggiato a Baia Domitia. Si ritiene che questo cluster epidemico conti già alcune centinaia di casi asintomatici, considerando che solo l’1-2 % delle infezioni provocano il ricovero ospedaliero.

Oltre alla trasmissione vettoriale, sebbene rari, sono documentati altri mezzi di contagio, tra cui trasfusioni di sangue, trapianti di organi e trasmissione verticale durante la gravidanza. È importante sottolineare che il virus non si trasmette da persona a persona per contatto diretto.

“Il problema è che i sintomi sono spesso lievi o assenti,” ricorda Antonio Sorice, Presidente SIMeVeP “per questo è difficile stimare la reale diffusione del virus”.

West Nile Virus: Sintomi e Complicanza

Dopo un periodo di incubazione che varia da 2 a 14 giorni (fino a un massimo di 21), nella maggior parte dei casi (80%) l’infezione da West Nile virus decorre senza sintomi. Il restante 20% può manifestare sintomi lievi simil-influenzali: febbre, cefalea, nausea, vomito, linfonodi ingrossati ed eruzioni cutanee.

Le forme gravi, con interessamento del sistema nervoso centrale (encefalite, meningite), sono rare ma potenzialmente letali. “Solo lo 0,5-1% dei pazienti sviluppa sintomi neurologici importanti come tremori, disturbi visivi, convulsioni, paralisi o coma soprattutto in soggetti anziani o fragili, che possono portare al decesso” precisa Maurizio Ferri, Coordinatore scientifico SIMeVeP.

Perché si diffonde

Diversi fattori ambientali e sociali favoriscono la persistenza del virus: cambiamenti climatici, urbanizzazione, globalizzazione, e soprattutto le rotte migratorie degli uccelli, che ampliano l’areale del virus. Il ciclo vitale della zanzara Culex pipiens – principale vettore in Italia – dura da una a quattro settimane ed è altamente sensibile a temperature, precipitazioni e condizioni ambientali.

Le piogge intense seguite da ondate di caldo e gli spostamenti degli uccelli migratori hanno favorito la proliferazione delle zanzare e l’amplificazione del ciclo di trasmissione” tiene a precisare Maurizio Ferri.

Sorveglianza e previsione: il ruolo cruciale dei Servizi Veterinari

Dal 2018 sono stati notificati oltre 247 casi umani autoctoni di forme neuro-invasive. In Italia il Centro Nazionale Sangue e il Ministero della Salute stanno attuando il “Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta arbovirosi (PNA) 2020-2025” che adotta un sistema di sorveglianza integrata animale-ambiente-uomo per monitorare e contenere efficacemente la diffusione del virus sul territorio nazionale.

In questo contesto, la sorveglianza sanitaria svolta dai servizi veterinari del Servizio Sanitario nazionale assume un’importanza fondamentale. Questi monitorano attivamente la presenza del virus negli animali, in particolare negli uccelli selvatici (serbatoi) e nei cavalli (sentinelle), attraverso campionamenti e analisi. Questa attività permette di identificare precocemente la circolazione del virus nell’ambiente e tra gli animali, fungendo da allarme precoce per la salute umana.

“In alcuni casi il West Nile virus è stato intercettato nei vettori anche 9 giorni prima che si manifestasse il primo caso umano. Ciò dimostra quanto sia preziosa una sorveglianza precoce per attivare misure di sicurezza su trapianti e trasfusioni e implementare campagne di disinfestazione sui territori.”

Sorveglianza con un approccio One Health

La sorveglianza del West Nile virus, da parte dei Servizi Veterinari delle ASL, si articola su più livelli, coinvolgendo diverse componenti per un’azione integrata ed efficace:

  • Sorveglianza Entomologica: Questa attività si concentra sul monitoraggio delle popolazioni di zanzare, in particolare quelle del genere Culex, che sono i vettori primari del virus. Vengono installate trappole per catturare le zanzare in diverse aree, specialmente quelle considerate a rischio (es. zone umide, aree peri-urbane). Le zanzare catturate vengono poi analizzate dagli Istituti Zooprofilattici Sperimentali per rilevare la presenza del WNV al loro interno. L’identificazione precoce del virus nei vettori permette di mappare le aree dove il rischio di trasmissione è più elevato e di intervenire con misure di controllo mirate (es. disinfestazioni).
  • Sorveglianza sugli Equidi: I cavalli sono ospiti a fondo cieco del WNV, ma possono sviluppare sintomi neurologici gravi e sono considerati “sentinelle” dell’infezione. La sorveglianza sugli equidi prevede il monitoraggio di cavalli con sintomi neurologici sospetti e l’esecuzione di test diagnostici per confermare o escludere l’infezione da WNV.
  • Sorveglianza sull’Avifauna: Gli uccelli sono i serbatoi naturali del West Nile virus, il che significa che il virus circola e si moltiplica al loro interno senza causare, nella maggior parte dei casi, sintomi evidenti. La sorveglianza sull’avifauna, in particolare su specie migratrici e stanziali, è cruciale per comprendere la diffusione geografica del virus. Vengono monitorati uccelli selvatici, sia vivi che morti, e campioni biologici vengono analizzati per la ricerca del WNV.

Queste tre forme di sorveglianza, integrate tra loro, forniscono un quadro completo della circolazione del WNV nell’ambiente, permettendo di anticipare l’insorgenza di casi umani e di attivare tempestivamente le misure di prevenzione e controllo.

Il collegamento con il Centro Nazionale Sangue ed il Centro Nazionale Trapianti

La prevenzione della trasmissione da West Nile virus tramite trasfusioni di sangue e trapianti di organi è un aspetto critico della gestione della minaccia. Il Centro Nazionale Sangue (CNS) e il Centro Nazionale Trapianti (CNT), in stretta collaborazione con il Ministero della Salute e i servizi veterinari, svolgono un ruolo chiave.

Quando i servizi veterinari rilevano la circolazione del West Nile Virus in una determinata area geografica, queste informazioni vengono immediatamente condivise con il CNS e il CNT. Questa comunicazione tempestiva consente di attuare misure preventive specifiche per la sicurezza delle donazioni. Tali misure possono includere:

  • Sospensione temporanea delle donazioni di sangue nelle aree a rischio o l’introduzione di test specifici (NAT – Nucleic Acid Test) per lo screening dei donatori.
  • Valutazione approfondita dei donatori di organi provenienti da aree endemiche o con sospetta esposizione al virus.

Questa collaborazione tra istituzioni è essenziale per garantire che le donazioni di sangue e organi siano sicure, minimizzando il rischio di trasmissione del WNV ai riceventi.

Il ruolo della Prevenzione

Poiché non esiste un vaccino per l’uomo contro il West Nile Virus, la prevenzione diventa fondamentale e si concentra principalmente sulla protezione dalle punture di zanzara attraverso comportamenti individuali e misure ambientali come l’utilizzo di repellenti, pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe, installazione di zanzariere alle finestre, svuotamento regolare dei contenitori con acqua stagnante (vasi, secchi, piscinette) e trattamenti con insetticidi mirati in aree a rischio. È importante adottare queste misure soprattutto durante le ore serali e notturne nei mesi estivi e autunnali, quando le zanzare Culex sono più attive. Nelle aree a rischio le amministrazioni locali predispongono trattamenti di disinfestazione con insetticidi mirati soprattutto dopo la conferma di casi umani o la rilevazione del virus in campioni animali o entomologici.

One Health: un’alleanza per la salute

Il virus del Nilo Occidentale rappresenta un esempio perfetto di come la salute umana, animale e ambientale siano profondamente interconnesse. L’approccio “One Health” riconosce questa interdipendenza e promuove una collaborazione multidisciplinare per affrontare le sfide sanitarie in modo integrato. In Italia e in Europa si stanno rafforzando le politiche in tal senso con iniziative che coinvolgono diversi settori e professionalità: medici, veterinari, biologi, entomologi, ecologi e molti altri esperti lavorano insieme per comprendere e gestire la complessità del problema.

“La salute degli animali e quella dell’uomo sono indissolubilmente legate”, conclude Antonio Sorice, “il West Nile virus è un chiaro esempio di come l’approccio One Health, che integra le diverse discipline, sia l’unica strada efficace per affrontare le sfide sanitarie globali. La sorveglianza veterinaria non è solo un presidio per gli animali, ma un baluardo per la salute pubblica, soprattutto quando si tratta di proteggere le donazioni di sangue e organi.”

E la prevenzione passa da una cultura scientifica multidisciplinare condivisa e integrata, dove la sorveglianza veterinaria e la collaborazione con i centri di donazione sangue e organi sono pilastri irrinunciabili.

Scarica l’articolo

Antonio Sorice – Presidente SIMeVeP

Maurizio Ferri – Coordinatore Scientifico SIMeVeP




West Nile, l’ennesimo esempio di una narrazione omissiva e di parte

Da patologo veterinario oltre che da docente universitario che ha dedicato 35 anni della propria vita professionale allo studio delle malattie infettive, con particolare riferimento a quelle trasmissibili dagli animali all’uomo – alias zoonosi -, sono stato molto colpito dalla narrazione mediatica che si sta svolgendo in questi giorni a seguito del decesso, in provincia di Latina, di una donna ultraottantenne affetta da “West Nile”. Stiamo parlando di una malattia sostenuta da un flavivirus neurotropo trasmesso principalmente da zanzare del genere Culex, la cui sempre più diffusa presenza a latitudini via via più settentrionali rappresenterebbe una diretta conseguenza del riscaldamento globale. E’ bene chiarire, al riguardo, che le zanzare virus-infette costituirebbero una piccolissima frazione di quelle presenti nell’ambiente (1 su circa 30.000) ed è pure bene precisare che la West Nile e’ una zoonosi, il cui agente causale può anche essere trasmesso sia per via materno-fetale sia con il latte materno. E’ bene sottolineare, infine, che il virus della West Nile, caratterizzato dal piu’ ampio spettro d’ospite finora descritto in natura, sarebbe capace d’infettare centinaia di vertebrati domestici e selvatici, ivi compresi mammiferi, uccelli, rettili ed anfibi.

A fronte di tutto ciò e come già avvenuto per la pandemia da CoViD-19, la narrazione mediatica della West Nile e’ stata ancora una volta affidata ai medici, senza il benché minimo coinvolgimento dei colleghi veterinari e, nondimeno, per buona pace della “One Health”, la salute unica di uomo, animali ed ambiente.

Errare humanum est perseverare autem diabolicum!

Giovanni Di Guardo

DVM, Dipl. ECVP,

Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo




Agenda 2030, One Health, IA. Corso ECM gratuito 19 settembre – San Vito Chietino (CH)

One Health significa letteralmente “una salute”, riconosce che salute delle persone, degli animali e dell’intero ecosistema sono legate indissolubilmente e richiedono la progettazione e implementazione di programmi multidisciplinari in grado di coinvolgere diversi settori che devono cooperare per presidiare efficacemente la salute pubblica.

L’approccio One Health, con la sua visione sistemica, multidisciplinare e multistakeholder, ha un ruolo chiave anche nel quadro dell’Agenda 2030 e degli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Anche le applicazioni sperimentali dell’Intelligenza Artificiale hanno dato finora risultati molto promettenti per produrre benefici in termini di salute globale, specificatamente nelle seguenti quattro categorie principali di attività:

1) Diagnostica
2) Valutazione del rischio di morbilità o mortalità
3) Previsione e sorveglianza delle epidemie
4) Pianificazione sanitaria.

Il corso “Agenda 2030, One Health, IA: prospettive e sviluppo della medicina veterinaria del futuro” che si terrà a San Vito Chietino (CH) il 19 settembre, organizzato da SIVeMP, in collaborazione con SIMeVeP e ENPAV, con il patrocinio di FNOVI, ANMVI, ASL 2 Abruzzo, IZS Abruzzo e Molise, Parco Nazionale della Maiella-Maiella Geopark, CONFPROFESSIONI, mira ad accrescere la consapevolezza e l’importanza dell’adozione di un approccio inclusivo, indispensabile per rispondere efficacemente alle problematiche e alle minacce (già conosciute ed emergenti) causate dagli effetti della globalizzazione e del cambiamento climatico.

Il corso, accreditato per 7 crediti ECM è gratuito e rivolto a Medici Veterinari, Medici Chirurghi (Malattie infettive; Igiene degli alimenti e della nutrizione; Igiene, epidemiologia e sanità pubblica) e Tecnici della Prevenzione.

Scheda di iscrizione

Programma corso