Parassita della leishmaniosi è vettore per inibire Alzheimer

ambiente, animale e uomoIl parassita della leishmaniosi diventa un vettore per inibire l’Alzheimer. Lo rivela uno studio dell’Università Statale di Milano, pubblicato sul Journal of Neuroinflammation, che dimostra come questo parassita può influenzare il funzionamento delle cellule della microglia, le cellule del cervello coinvolte nella risposta immunitaria: quando queste cellule vengono stimolate con il peptide β-amiloide (una sostanza associata alla malattia di Alzheimer), il parassita riesce a bloccare un importante meccanismo infiammatorio chiamato inflammasoma NLRP3.

Inoltre, per la prima volta, sono stati identificati i meccanismi molecolari messi in atto dal parassita per sopprimere l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3 nella microglia.
In sintesi, il lavoro rivela un nuovo meccanismo di immunosoppressione esercitato da Leishmania infantum sulla microglia e propone il parassita come modello biologico naturale per lo sviluppo di strategie innovative contro la neuroinfiammazione associata alla malattia di Alzheimer.

“I nostri risultati mostrano che il parassita è in grado di silenziare selettivamente le vie infiammatorie, aprendo la strada a strategie terapeutiche ispirate ai suoi meccanismi naturali di regolazione immunitaria”, commenta Estefanía Calvo Alvarez, ricercatrice del dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari Rodolfo Paoletti dell’Ateneo e prima autrice dello studio.

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Fonte: ANSA




A Bologna gatti malati di influenza aviaria. E l’Università avvia uno studio

Nemmeno i gatti sfuggono all’influenza aviaria. I  nostri animali domestici possono essere contagiati esattamente come gli essere umani e in provincia di Bologna per un micio è stato anche causa di morte. Per questo  il servizio di Anatomia patologica del Dipartimento di Scienze mediche veterinarie dell’Università di Bologna si è fatto carico di indagare il fenomeno e  ha avviato un un progetto di monitoraggio dell’influenza aviaria nei gatti finanziato dalla Fondazione Carisbo denominato «Influcat-Inbo».

Lo studio scientifico avviene attraverso autopsie su gatti deceduti nel territorio ma indipendentemente dalla presunta causa di morte. In Italia la malattia è ripetutamente osservata in specie aviarie, ma a gennaio 2025 si sono contati due casi di H5N1 in gatti (di cui uno letale) in provincia e sono, finora, gli  unici in Italia».  Lo fa sapere il professore  Giuliano Bettini, del Dipartimento di Scienze Mediche veterinarie, responsabile del progetto, che puntualizza: «Il potenziale ruolo dei felini domestici come ospiti intermedi e possibili vettori e amplificatori della diffusione del virus genera comprensibili preoccupazioni, in considerazione della stretta convivenza con l’uomo»
Lo studio è stato segnalato ai veterinari dall’Ordine di categoria per raccogliere le disponibilità ad eseguire le autopsie necessarie. Il percorso dell’indagine viene spiegato con un documento diffuso dall’Ordine in cui Bettini dettaglia: «Nell’epidemiologia dell’influenza aviaria desta preoccupazione la diffusione di sottotipi ad elevata patogenicità (H5N1) che hanno mostrato capacità di mutare rapidamente acquisendo geni da virus influenzali che infettano altre specie e contagiare così anche suini, bovini, gatti, cani, topi e uomo, rappresentando quindi un potenziale problema di sanità pubblica. Al momento la malattia ha diffusione mondiale, e in base al numero di focolai registrati i mammiferi domestici più sensibili all’infezione sono bovini e gatti».

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Fonte: corrieredibologna.it




Bluetongue in Europa e in Italia: vecchie conoscenze e nuovi scenari

La febbre catarrale degli ovini o Bluetongue (BT) è una malattia infettiva non contagiosa che colpisce alcune famiglie dell’ordine degli Artiodattili ed è trasmessa da vettori ematofagi appartenenti al genere Culicoides. Attualmente sono noti 36 sierotipi di BT, di cui solo alcuni sono considerati “atipici” vista la loro capacità di diffondersi tramite contatto diretto e non per mezzo dei Culicoides (Ries et al., 2020, 2021; The Pirbright Institute, 2015; WOAH, b).

Per comprendere al meglio l’evoluzione della malattia è stata elaborata la classificazione dei sierotipi di BTV in ceppi analizzandone le proprietà come il genotipo, la morbilità, la mortalità, la velocità di diffusione, il periodo e l’area geografica di diffusione (More et al., 2017). Oltretutto, i diversi ceppi dello stesso sierotipo di BT possono differire per topo-tipi, che si distinguono generalmente in ceppi orientali, di provenienza Australiana e dal Medio-Estremo Oriente, e in ceppi occidentali, di origine Africana o Americana. In Europa, soprattutto nel bacino del Mediterraneo, entrambi i ceppi sono stati responsabili di focolai di malattia nelle popolazioni suscettibili (Kundlacz et al., 2019).

Storicamente endemica nei paesi tropicali e subtropicali, il cambiamento climatico e gli scambi di bestiame, nell’era della globalizzazione, hanno reso possibile, grazie alla presenza del vettore, la diffusione della BT nel Mediterraneo e in Europa a partire dalla fine degli anni ’90 (Maclachlan et al., 2015; WOAH, b).

L’Italia, al centro del Mediterraneo, è stata interessata a partire dal 2000 da molteplici ondate epidemiche ascrivibili di volta in volta a ceppi differenti provenienti dai paesi confinanti, nord africani (Lorusso et al., 2013a, 2014, 2017) o dai limitrofi Balcani (Calistri et al., 2004; Lorusso et al., 2013a, 2014, 2017; Mellor, 2004; Niedbalski, Wiesław, 2022; WOAH, b).

Le nazioni quali Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Germania sono state colpite inaspettatamente per la prima volta nel 2006 dall’epidemia da sierotipo 8 (BTV-8), dimostrando lo slancio della malattia dal centro verso il nord Europa (Faes et al., 2013; Niedbalski, Wiesław, 2022; WOAH, b). A questa è conseguita, solo nel periodo compreso tra il 2007 e il 2010, la diffusione del BTV-8 in 28 paesi europei, i quali hanno riportato più di 58.000 focolai ed ingenti perdite economiche (Nicolas et al., 2018; WOAH, b).

Questo articolo si propone di fornire aggiornamenti sulla legislazione europea e italiana vigente e sulla recente situazione epidemiologica, con un focus particolare sugli anni 2023-2024.

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Fonte: IZS Teramo




Rapporto Unep: il mondo sulla rotta dei 2,5 gradi di riscaldamento globale

La prossima settimana, a Belém in Brasile, si aprirà la trentesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop30. Delegazioni governative, organizzazioni della società civile, scienziati ed esperti si riuniranno per cercare di rilanciare l’azione climatica globale in un contesto geopolitico sempre più complesso. A pochi giorni dall’inizio dei lavori, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) ha pubblicato il rapporto annuale Emissions Gap, che analizza la distanza tra gli obiettivi internazionali di riduzione delle emissioni e le reali promesse dei governi.

L’allarme del rapporto Emissions Gap

Il nuovo documento dell’Unep mostra che, con gli impegni attuali, la temperatura media globale continuerà a crescere ben oltre i limiti fissati dall’Accordo di Parigi. Anche se tutti i Paesi rispettassero pienamente le loro promesse, il riscaldamento globale si attesterebbe tra 2,3 e 2,5 gradi. In assenza di ulteriori azioni, potrebbe raggiungere i 2,8 gradi.

Secondo il rapporto, solo 60 Stati, responsabili del 63% delle emissioni globali, hanno presentato o annunciato le nuove Nationally Determined Contributions (Ndc), documenti in cui ciascun Paese illustra le proprie strategie per ridurre le emissioni di gas serra. Tali piani avrebbero dovuto essere aggiornati da tutti i governi entro il 30 settembre, ma la maggior parte non ha ancora adempiuto a questo obbligo.

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Fonte: ambienteinsalute.it




Sicurezza alimentare, benessere e sostenibilità: al via l’accordo IZSLT–API per l’acquacoltura del futuro

Rafforzare la sicurezza sanitaria, promuovere il benessere animale e sostenere la sostenibilità delle produzioni ittiche: sono questi gli obiettivi principali dell’accordo triennale siglato tra l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana “M. Aleandri” (IZSLT) e l’Associazione Piscicoltori Italiani (API), la principale organizzazione di categoria del settore.

L’intesa mira a consolidare, attraverso ricerca, innovazione e formazione, un comparto che in Italia conta oltre 700 impianti e una produzione annua di 54.400 tonnellate di pesce appartenente a venti specie, per un valore economico stimato di circa 400 milioni di euro. In mare, le concessioni marittime sono 19, con una produzione di 17.000 tonnellate.

Le attività congiunte si articoleranno in quattro ambiti strategici: prevenzione sanitaria e sorveglianza epidemiologica, d

iagnostica e monitoraggio sanitario per una risposta tempestiva alle emergenze infettive, benessere animale e biosicurezza con l’adozione di pratiche gestionali avanzate, e supporto tecnico-scientifico e formativo rivolto agli operatori e alle imprese del settore.

Un ruolo di rilievo è affidato all’Officina Farmaceutica dell’IZSLT di Siena, specializzata nella produzione di vaccini autologhi per specie ittiche. L’attività consentirà di sviluppare soluzioni mirate per le principali patologie di allevamento, riducendo l’uso di antimicrobici e contribuendo alla qualità e alla sostenibilità complessiva della filiera.

«Questo accordo rappresenta un passo avanti concreto nella costruzione di un sistema di acquacoltura più sicuro, sostenibile e competitivo — ha dichiarato il Commissario Straordinario dell’IZSLT, Dr. Stefano Palomba —. Lavorare insieme agli operatori del settore significa condividere conoscenze e responsabilità per garantire salute animale, qualità alimentare e tutela ambientale.»

«Questo accordo si inserisce pienamente nella visione strategica del Consiglio Direttivo — ha dichiarato il Presidente dell’API, Dr. Matteo Leonardi — e rappresenta un passo importante verso una sempre più stretta integrazione tra ricerca pubblica e comparto produttivo. È un modo concreto per valorizzare le competenze scientifiche nazionali e metterle al servizio di un’acquacoltura sostenibile, moderna e resiliente, capace di garantire qualità, sicurezza e innovazione lungo tutta la filiera.»

L’accordo, già operativo, prevede la definizione di protocolli tecnici specifici per ciascun progetto congiunto nelle regioni Lazio e Toscana. Il primo protocollo, siglato subito dopo la firma, coinvolge anche l’Organizzazione di Produttori del Pesce (OP), rappresentata dal presidente Claudio Pedroni, e riguarda le attività di supporto che l’IZSLT fornirà alla produzione ittica, con particolare attenzione alla prevenzione sanitaria, alla formazione, alla diagnostica e al benessere animale.

Comunicato stampa

Fonte: IZS Lazio e Toscana




One Health, l’Ingrediente mancante: la SIMeVeP al centro del dibattito a Welfair la Fiera del fare Sanità.

One Health, L’Ingrediente Mancante: La SIMeVeP al Centro del Dibattito a Welfair la Fiera del fare Sanità.

Maurizio Ferri
4-7 Novembre 2025, Fiera di Roma.

Roma ospita come di consueto l’edizione 2025 di Welfair Sanità, la kermesse che riunisce decisori pubblici e privati, professionisti e società scientifiche per l’elaborazione di soluzioni innovative per il Servizio Sanitario Nazionale. Al loro fianco società scientifiche, categorie professionali e aziende porteranno il proprio approfondimento verticale e specialistico al centro del dibattito sanitario, nei congressi e negli incontri in programma nei quattro giorni di evento.

La kermesse vede riuniti, in un unico padiglione, un ricco programma convegnistico con oltre 50 tavole rotonde, la cui discussione darà vita alla nuova edizione del Libro Bianco.

La mission di Welfair, la fiera del fare Sanità è creare, attraverso tavole rotonde, un’occasione di
confronto tra esperti. Questi non si rivolgono a un pubblico, anche se è previsto un massimo di 20 uditori nella sala, ma dialogano tra loro sul tema scelto. Durante queste discussioni, gli esperti individuano dati, analizzano lo stato dell’arte, evidenziano eventuali criticità e definiscono linee guida e idee progettuali concrete per possibili soluzioni di miglioramento.
Le tavole rotonde o tavoli di lavoro tematici sono il fulcro dell’attività di Welfair e contribuiscono
alla costruzione del Libro Bianco, che riunisce i suggerimenti che annualmente Welfair consegna alla politica per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale attraverso la partecipazione ed il confronto con comunità e stakeholder (precedente Libro Bianco: https://www.romawelfair.it/libro-bianco-2024/.)

La SIMeVeP ha portato il proprio contributo specialistico, partecipando attivamente al tavolo di lavoro tematico “One Health: l’ingrediente mancante del processo decisionale” tenutosi il 4 novembre. Il tavolo, coordinato e moderato dal Prof. Enrico Miccadei, Ordinario di Geografia Fisica e Geomorfologia, Dipartimento di Scienze, università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti, ha visto la SIMeVeP contribuire in modo sostanziale alla discussione che è stata strutturata su quattro domande chiave per il futuro della sanità. La discussione ha evidenziato come l’approccio One Health sia ormai l’unica strategia percorribile per la prevenzione e la gestione dei rischi sanitari globali.
Quali sono i parametri e le conoscenze multidisciplinari che devono entrare nei processi decisionali? E a che livello?
C’è necessità di Integrazione: l’efficacia di One Health impone il superamento del riduzionismo biomedico con l’integrazione delle conoscenze sulla salute umana, animale e ambientale e con l’apporto fondamentale delle scienze sociali (economisti, sociologi, psicologi) per comprendere i comportamenti di rischio e garantire l’applicabilità delle decisioni. La professione veterinaria contribuisce con il know-how perché storicamente posizionata nell’interfaccia uomo-animale-ambiente. L’applicazione critica avviene a livello locale/comunitario, dove si attuano le misure e si raccolgono dati in tempo reale, anche attraverso la sorveglianza partecipata della cittadinanza.
È essenziale la volontà politica di finanziare e dare priorità ai piani One Health anche in assenza di crisi, assicurando che l’integrazione multidisciplinare (es. resistenza antimicrobica – AMR) si traduca in un principio di “non spostare il problema” tra settori.
Quali conoscenze delle Scienze della Terra sono di interesse per One Health?
Le Scienze della Terra (Geologia, Pedologia, Climatologia, Idrologia) sono vitali, poiché l’ambiente è un serbatoio cruciale di patogeni e contaminanti. La composizione del suolo influisce direttamente su nutrizione e intossicazioni (es. metalli tossici) degli animali che entrano nella catena alimentare. L’idrologia traccia l’acqua come vettore chiave di parassiti e batteri (es. Leptospira). La scarsità idrica aumenta il rischio di zoonosi in quanto concentra le specie animali nei luoghi dove c’è disponibilità e favorisce lo scambio di patogeni. I parametri atmosferici regolano la distribuzione e la riproduzione di vettori (zecche, zanzare), responsabili di malattie come la Febbre del Nilo. Ci sono tecnologie per gli interventi come l’uso dei Sistemi Informativi Geografici (GIS) che sfruttano questi dati per la mappatura spaziale, identificando le aree ad alto rischio zoonotico per un intervento preventivo e mirato.
Territori, Città del Futuro, Risorse, Biodiversità: Qual è il concetto di One Health che la veterinaria sta portando avanti?

La veterinaria moderna da una posizione antropocentrica si sta spostando progressivamente sulla salute e sicurezza degli ecosistemi (Ecosystem Health and Security), espandendo la visione tradizionale e posizionando il veterinario come gestore del rischio all’interfaccia uomo-animale-ambiente. Tra gli ambiti di ricerca e azione della veterinaria ci sono:

  • Studio del rischio zoonotico urbano. analisi dell’espansione urbana che avvicina la fauna selvatica (roditori, pipistrelli) all’uomo ed animali domestici, favorendo il salto di specie.
  • Sorveglianza ambientale: si sviluppano sistemi di allerta precoce monitorando gli animali sentinella (es. patogeni negli uccelli) e analizzando le acque reflue per ottenere indicatori rapidi della salute pubblica
  • Pianificazione: si offre consulenza sulla gestione degli spazi verdi e dei rifiuti per ridurre il contatto tra fauna selvatica e insediamenti, sapendo che l’urbanizzazione e la frammentazione degli habitat sono i principali motori dell’emergenza di rischi sanitari.
  • Monitoraggio delle popolazioni selvatiche: questo è il fulcro ecologico di One Health. I veterinari monitorano le popolazioni selvatiche per comprendere il loro ruolo come serbatoi di malattie emergenti (es. Influenza Aviaria, Febbre del Nilo Occidentale). L’urbanizzazione crea habitat artificiali che favoriscono la diffusione di vettori come le zanzare Culex (che amano le acque stagnanti urbane), veicolo per il West Nile Virus. La deforestazione/ frammentazione forestale riduce la biodiversità complessiva, portando a una ridotta bio-diluizione (diminuiscono le specie come i predatori che non sono efficienti serbatoi del patogeno) e concentrazione e proliferazione di specie animali generaliste (es. roditori o alcune specie di uccelli), con alta competenza virale, aumentando così il rischio di infezione, come lMalattia di Lyme. Inoltre la perdita di biodiversità causa stress nella fauna, rendendola più suscettibile alle infezioni e aumentando la probabilità di trasmissione all’uomo e al bestiame. Il virus Nipah ne è un esempio, correlato alla distruzione delle foreste che ha spinto i pipistrelli a interagire con gli allevamenti suinicoli.

In sintesi, la veterinaria si concentra sulla prevenzione del rischio attraverso un’analisi approfondita delle interazioni ecologiche e ambientali e in tema di risorse e sicurezza alimentare, studia la sostenibilità dei sistemi produttivi e dell’impatto di contaminanti (es. micotossine) nella catena alimentare, con un focus sull’uso prudente degli antibiotici in zootecnia per contenere l’AMR.
Qual’è il messaggio che lanciate a cittadini, professionisti e società sul tema One Health?
I relatori, in rappresentanza di decisori e professionisti, hanno lanciato un messaggio unanime: La prevenzione è l’unica cura globale, e agire insieme è l’unica strategia efficace.
Ai Cittadini: la vostra salute inizia all’esterno. Non c’è separazione netta tra la salute individuale e l’ambiente. Siete agenti attivi di sorveglianza: segnalate prontamente anomalie, morie insolite di animali o alterazioni ambientali alle autorità.
Ai Colleghi Professionisti: dobbiamo agire con un fronte unico attraverso l’integrazione operativa e la condivisione in tempo reale dei dati. Dobbiamo intensificare la sorveglianza alla fonte animale e negli ecosistemi a rischio.
Alle Istituzioni e ai Decisori: è imperativo investire nella prevenzione intersettoriale, in infrastrutture One Health, formazione e comunicazione. Le politiche devono includere standard elevati di biosicurezza in zootecnia e la tutela degli ecosistemi.

Il documento finale di proposta di miglioramento organizzativo, redatto dal coordinatore in collaborazione con i relatori, inclusi i rappresentanti della SIMeVeP sarà presentato per l’inserimento nel Libro Bianco di Welfair 2025. Le proposte concrete emerse dal tavolo, basate sull’integrazione transdisciplinare di dati provenienti da salute umana, animale e ambientale (incluse le Scienze della Terra), mirano a rafforzare la capacità del Paese di prevenire le emergenze sanitarie attraverso un approccio che guarda alla salute degli ecosistemi come fondamento della salute pubblica.

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Dieci anni dall’Accordo di Parigi, si può fare di più

Con l’Accordo di Parigi (dicembre 2015), i Paesi si sono impegnati a elaborare i propri piani di riduzione delle emissioni di gas serra, noti come Contributi determinati a livello nazionale (NDC). Nel loro insieme, questi impegni  non bastano a garantire nemmeno l’obiettivo minimo dell’Accordo di Parigi: avere una probabilità del 66% di restare sotto i 2 °C di riscaldamento entro la fine del secolo. Nel 2024 la soglia di 1,5 °C è già stata superata, anche se temporaneamente. Sebbene ciò non rappresenti ancora un superamento di lungo periodo, indica che esiste il forte rischio di oltrepassare il limite in modo permanente nel prossimo futuro. Le ragioni del ritardo sono di due tipi: un deficit di attuazione e uno di ambizione degli stessi impegni presi a livello nazionale.

Secondo l’IPCC, prima della crisi energetica legata alla guerra in Ucraina nel 2022, la produzione di energia era responsabile del 34% delle emissioni nette totali di gas serra di origine antropica a livello mondiale, cioè 20 gigatonnellate di CO2 equivalente all’anno; l’industria rappresentava il 23% (14 Gt), l’agricoltura, l’uso delle foreste e gli altri usi del suolo il 22% (13 Gt), i trasporti il 15% (8,7 Gt) e gli edifici il restante 6% (3 Gt). Raggiungere emissioni nette zero entro metà secolo è l’obiettivo comune, ma i percorsi per arrivarci differiscono profondamente tra i settori. La ricerca ha chiarito che passare alle fonti di energia rinnovabile e alla mobilità elettrica di corto raggio è molto più fattibile rispetto alla decarbonizzazione in ambito industriale, agricolo o nel trasporto aereo, a causa delle difficoltà tecniche nella transizione dei settori hard-to-abate, della mancanza di alternative scalabili per il trasporto a lunga distanza, dell’inefficienza dei combustibili alternativi per l’aviazione, e delle complessità legate a fattori rilevanti per il settore agricolo, come  le tendenze demografiche, i sistemi alimentari, la competizione per l’uso del suolo.

Per questi motivi, tutti i percorsi verso emissioni nette zero elaborati da IPCC e IEA includono almeno una parte di mitigazione da realizzare mediante le strategie di rimozione dell’anidride carbonica (CDR), come l’afforestazione, la bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS), il potenziamento dell’assorbimento del carbonio nel suolo o la cattura diretta della CO2 dall’aria. La rimozione della CO₂ (CDR) è indispensabile per compensare le emissioni residue, ma non può sostituire un abbattimento  profondo alla fonte. L’IPCC AR6 la definisce “inevitabile” per raggiungere lo zero netto, ma solo come integrazione a una rapida decarbonizzazione. Livelli troppo elevati di CDR potrebbero infatti incoraggiare un maggiore consumo di combustibili fossili, soprattutto nel breve-medio termine, prima che il calo dei costi delle energie rinnovabili consenta di alimentare la CDR con energia pulita. Inoltre, gli impatti sull’uso del suolo potrebbero essere molto significativi: in uno scenario estremo di mitigazione con CDR molto elevato, la superficie agricola diminuirebbe dell’86% tra il 2050 e il 2100.

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Fonte: scienzainrete.it




Tutela delle acque e dei mari. Rete Izs: “La scienza al servizio della salute pubblica e dell’ambiente”

La tutela delle acque e dei mari rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo: cambiamenti climatici, inquinamento, diffusione di plastiche e specie aliene, resistenza antimicrobica e nuove esigenze produttive dell’acquacoltura mettono alla prova la salute degli ecosistemi acquatici e, con essa, la sicurezza alimentare e la salute collettiva. In questo scenario, la Rete degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali Italiani è impegnata, anche con progetti di cooperazione internazionale, in un ampio programma di sorveglianza epidemiologica, diagnostica, monitoraggio e ricerca per la salvaguardia del benessere delle acque e degli ambienti marini, un ambito in cui ambiente, salute animale e salute umana si intrecciano profondamente.

“Tutelare le acque e i mari significa garantire un patrimonio naturale da tramandare alle future generazioni – spiega Simonetta Cherchi, Direttore Generale dell’IZS della Sardegna – e assicurare un ecosistema sostenibile, ancor di più in ragione delle caratteristiche specifiche della nostra Regione. Le acque rappresentano, per la Sardegna in particolare, un patrimonio naturale di inestimabile valore, essenziale per la tutela della biodiversità e per attività come acquacoltura, pesca e turismo. In tale contesto la condivisione di know-how ed esperienze è fondamentale. Progetti come Aquae Strength rafforzano le capacità diagnostiche, migliorano la sorveglianza epidemiologica e promuovono un uso più responsabile dei medicinali veterinari nella produzione ittica, riducendo l’impatto ambientale e migliorando la qualità delle produzioni”.

Un impegno condiviso anche dall’IZS delle Venezie, che dal 1994 è Centro di Referenza Nazionale per lo studio e la diagnosi delle malattie dei pesci, molluschi e crostacei, parte del Centro Specialistico Ittico (CSI), che ospita anche il Laboratorio di Referenza dell’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (WOAH) per l’encefalo-retinopatia virale dei pesci. “Gli Istituti sono oggi protagonisti di una rete di collaborazioni dal Mediterraneo fino all’Asia centrale e al Sud-Est asiatico – sottolinea Giuseppe Arcangeli, direttore del Centro. Iniziative come Aquae Strength e Central Aqua rafforzano la sicurezza alimentare dei prodotti ittici, Tarta-Net tutela la biodiversità del Mediterraneo monitorando lo stato di salute della tartaruga marina comune e la diffusione di geni di antibiotico-resistenza. Oltre alla ricerca e alla diagnostica avanzata, l’Istituto è impegnato su progetti mirati come quello sul granchio blu, che minaccia la biodiversità del Delta del Po, e partecipa a programmi europee come FuturEUAqua, per rendere l’acquacoltura più resiliente e sostenibile. È un lavoro di squadra che mette la scienza al servizio della salute pubblica e della tutela ambientale”.

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Fonte: quotidianosanita.it




L’evoluzione genetica del virus dell’influenza aviaria HPAI H5N1 e il timore per una futura trasmissione interumana

Identificati per la prima volta in Cina nel 1996, i virus dell’influenza aviaria ad alta patogenecità HPAI A (H5Nx) appartenenti al lineage A/Goose/Guangdong/1/1996 (Gs/Gd) si sono rapidamente evoluti in una delle principali minacce sanitarie globali. I virus H5Nx, a partire dai primi anni 2000, hanno causato gravi e numerose epidemie avicole con ingenti perdite economiche e hanno dimostrato di essere in grado di infettare un’ampia gamma di specie di uccelli selvatici e mammiferi, compreso l’uomo (1).

Fino al 1997, i virus ad alta virulenza HPAI erano confinati al pollame, e i focolai potevano essere controllati con l’abbattimento degli animali infetti e la vaccinazione preventiva dei sani; fino ad allora i virus HPAI del pollame non si erano diffusi ai volatili selvatici e quest’ultimi non avevano avuto nessun ruolo nella trasmissione ai volatili domestici (1).

Le continue moltiplicazioni e i frequenti eventi di riassortimento tra i virus HPAI H5 del lineage Gs/Gd e i virus LPAI circolanti negli uccelli selvatici, hanno contribuito a modificare profondamente la sequenza genetica codificante l’emoagglutinina HA. Questo processo ha portato alla formazione di numerose linee evolutive distinte, denominate “clade” e “subclade”: cioè gruppi di virus strettamente correlati tra loro che condividono caratteristiche genetiche simili e che si sono evoluti da un antenato comune (1).

Dalla fase inziale circoscritta al Sud-est asiatico, il virus ha rapidamente esteso il proprio raggio d’azione. Fin dal 2003 infatti, i virus HPAI H5 Gs/Gd sono diventati enzootici in diversi paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale (1). Un punto di svolta si è verificato nel 2005 con il primo grande evento di mortalità di massa di uccelli migratori nel Lago Qinghai, in Cina, che ha segnato l’inizio della diffusione intercontinentale del lineage Gs/Gd e la comparsa per la prima volta in Europa e in Africa durante la migrazione autunnale degli uccelli (1).

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Fonte: IZS Lazio e Toscana




Due agenti patogeni decimarono l’esercito di Napoleone durante la ritirata dalla Russia nel 1812

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Fonte: AGI