Alimenti etnici: studio rivela presenza di ingredienti non dichiarati

Lo studio, primo in Italia a impiegare su larga scala la tecnica del metabarcoding su campioni raccolti nell’ambito dei controlli ufficiali, ha analizzato 62 alimenti venduti tra Lazio e Toscana, individuando anche la presenza di specie allergeniche non dichiarate, come pesci e molluschi, con potenziali rischi per la salute dei consumatori.

La ricerca, durata due anni e finanziata dal Ministero della Salute, è stata realizzata in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana “M. Aleandri” (IZSLT). Il contributo del FishLab è stato cruciale per sviluppare e applicare protocolli innovativi basati sulle tecnologie NGS, capaci di affiancare i metodi ufficiali già in uso e rafforzare così i sistemi di sorveglianza sulla qualità e sulla trasparenza degli alimenti.

Dai risultati sono emersi casi sorprendenti: prodotti etichettati come vegetariani contenevano DNA di maiale, pollo o pesce; in un campione dichiarato “solo pollo” sono state trovate tracce di manzo, anatra e persino cervo; un alimento a base di riso riportava la presenza di molluschi come vongole e ostriche che, però, non risultavano dichiaratiin altri casi ingredienti indicati sull’etichetta – ad esempio gamberi o uova – non sono stati rilevati affatto.

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Fonte: unipi.it




Convegno per la Giornata della Sicurezza Alimentare

Il 17 ottobre 2025 si terrà a Milano un Convegno per la Giornata della Sicurezza Alimentare dal titolo “OLTRE IL GUSTO: L’IMPEGNO DI REGIONE LOMBARDIA PER UN SISTEMA ALIMENTARE SICURO” organizzato dalla Regione Lombardia presso l’Auditorium Testori Palazzo Lombardia.

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Percezione del ruolo del medico veterinario nella società contemporanea

E’ in uscita sul numero di dicembre della prestigiosa rivista One Health (Elsevier) l’articolo One health, one earth, one life: The overlooked role of veterinarians in the fight against COVID-19 and other public health emergencies in Italy”, firmato dal Prof. Sante Roperto, Professore Ordinario di Malattie Infettive degli Animali Domestici presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, e dal Prof. Giovanni Di Guardo Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo.

Nel paper gli autori analizzano come la pandemia da COVID-19 abbia evidenziato la marginalizzazione del ruolo dei medici veterinari nella gestione delle emergenze sanitarie, nonostante la loro importanza strategica nel paradigma One Health, che integra salute umana, animale e ambientale.

L’obiettivo è quello di portare alla luce tali questioni e aumentare la consapevolezza pubblica sul ruolo fondamentale dei medici veterinari nell’analisi del rischio sanitario, nella comunicazione e nella definizione delle politiche, contribuendo così a rendere la società più resiliente di fronte a future minacce pandemiche.

In Italia infatti, i medici veterinari sono stati in gran parte assenti dalla narrazione mediatica della pandemia di COVID-19, che si è concentrata principalmente su una prospettiva ospedalocentrica, nonostante le loro attività fondamentali nella protezione della salute pubblica. Ciò accade anche nella copertura mediatica di altre emergenze di sanità pubblica, come ad esempio quelle causate dal virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità A(H5N1) e dal virus della West Nile.

Gli autori – riportando il contributo dei medici veterinari alla sicurezza alimentare, al monitoraggio delle zoonosi, agli studi epidemiologici e alla gestione degli ecosistemi, tutti aspetti essenziali per la prevenzione e la risposta alle pandemie – richiamano l’attenzione sulla necessità di un approccio più inclusivo alle sfide della salute globale, utilizzando il modello One Health, che riconosce il legame tra salute umana, animale e ambientale.

Leggi l’articolo su One Health, Volume 21, December 2025, 101207 (in inglese)

La versione in italiano, a cura degli autori, sarà pubblicata sul prossimo numero di ‘Argomenti’.

A cura della segreteria SIMeVeP




Benessere delle galline ovaiole in Italia: cosa ci raccontano le loro condizioni al momento della macellazione

Ogni giorno, milioni di uova arrivano sulle nostre tavole. Ma cosa sappiamo del benessere delle galline che le producono? Un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale Poultry Science, frutto della collaborazione tra Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), Università di Padova (Dip. Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente – DAFNAE), Az. Ulss 5 Polesana e Delta Group Agroalimentare spa, ha analizzato in fase di macellazione oltre 30.000 galline provenienti da 50 allevamenti italiani per scoprirlo, osservando direttamente i segni lasciati sul loro corpo dalla permanenza in allevamento.

Uno studio condotto in collaborazione da IZSVe, Università di Padova, AULSS5 Polesana e Delta Group Agroalimentare spa ha analizzato in fase di macellazione oltre 30.000 galline provenienti da 50 allevamenti italiani, osservando direttamente i segni lasciati sul loro corpo dalla permanenza in allevamento. I ricercatori hanno esaminato in particolare lesioni sternali e dermatiti plantari, e analizzato i principali fattori di rischio sulla base delle informazioni disponibili al macello. Lo studio ha enfatizzato l’importanza del macello come efficace e strategico “osservatorio epidemiologico”.

I ricercatori hanno esaminato:

  • lesioni sternali, che possono essere associate a fragilità ossea e collisione con le strutture
  • dermatiti plantari, associate a una qualità della lettiera e delle superfici non ottimali

Questi segnali, visibili solo dopo la spiumatura al macello, sono considerati “misure basate sull’animale” (animal based measures – ABM) e possono fornire indicazioni sul benessere degli animali in allevamento.

Lo studio ha quantificato l’incidenza dei diversi problemi e ha analizzato i principali fattori di rischio sulla base delle informazioni disponibili al macello, con particolare riguardo a:

  • Tipo di allevamento: nelle gabbie arricchite il rischio di dermatiti plantari è inferiore rispetto ai sistemi a terra, ma aumenta il rischio di lesioni sternali con i sistemi a più livelli (voliere) che si collocano in una posizione intermedia.
  • Linea genetica: le galline rosse, più pesanti rispetto alle linee bianche, sono meno esposte a rischio di lesioni sternali, ma più a rischio per le dermatiti plantari.
  • Età: le partite macellate dopo le 90 settimane hanno mostrato complessivamente meno lesioni, indicando che il prolungamento del ciclo produttivo non rappresenta di per sé un fattore di rischio, ma potrebbe essere piuttosto associato a una migliore gestione degli animali.
  • Stagione: in autunno e inverno aumenta il rischio di dermatiti plantari, presumibilmente per la più difficile gestione dell’umidità della lettiera e quindi una sua minore qualità.

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Fonte: IZS Venezie




Microplastiche e bisfenolo A in ambiente marino

La presenza di microplastiche e bisfenolo a nell’ambiente marino in un’istantanea

La combinazione della diffusa contaminazione da microplastiche e del rilascio di sostanze chimiche rappresenta una minaccia significativa per gli ecosistemi e la salute umana.

 

Ne parla Maurizio Ferri  in un articolo pubblicato su La Settimana Veterinaria




Il valore immateriale delle cose

Nella presente era dell’Antropocene e nella nostra societa’, caratterizzate da un consumismo sempre più sfrenato, le fredde quanto ciniche logiche dell’economia sovrastano incontestabilmente tutte le altre.

Provo grande disagio e amarezza nel constatare che, nella narrazione mediatica che a ritmo incalzante fotografa la società contemporanea, ciascuno di noi venga rappresentato come una sorta di “espressione del PIL” di questa o di quella nazione.

Da ex professore universitario che si considera uno studente a vita e continua a mantenere rapporti umani e professionali particolarmente fecondi e gratificanti coi suoi ex studenti, mi preme sottolineare che nessun denaro potrà mai acquistare simili beni immateriali dal valore incommensurabile!

Da essi traggo ogni giorno linfa vitale nonché immensa soddisfazione e grandi benefici.

Il grado di felicità delle persone, non il vil denaro, costituisce la vera e propria cartina di tornasole mediante la quale si misura il benessere di una società.

Errare humanum est perseverare autem diabolicum!

 

Giovanni Di Guardo, DVM, Dipl. ECVP,

Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo




ECM Montesilvano (PE) L’allevamento degli insetti: opportunità, prospettive, contesto normativo e Novel Food – 24 ottobre

SIMeVePIl 24 ottobre si terrà a Montesilvano (Pe)il corso dal titolo “L’allevamento degli insetti: opportunità, prospettive, contesto normativo e Novel Food”.

Il corso è aperto a 100 partecipanti tra Medici veterinari, Medici Chirurghi (Igiene degli alimenti e della Nutrizione) e Tecnici della Prevenzione.  Al corso saranno assegnati 5 crediti ECM.

L’allevamento degli insetti, al momento non molto conosciuto, potrebbe rappresentare una valida alternativa sostenibile sia nella produzione di mangime per gli animali d’allevamento, che di cibo per l’uomo. Al contempo una nuova fonte di reddito in un mercato ancora inesplorato. Grandi opportunità sono rappresentate, inoltre, dalla produzione di pet food, di energia alternativa (biogas) e fertilizzanti agricoli.

Studi recenti hanno valutano la capacità di alcune larve di trasformare le micotossine o addirittura le microplastiche. Nel 2012 la FAO ha considerato gli insetti come potenziale fonte di cibo per l’uomo e per gli animali e dal 2015, in Europa, gli insetti edibili e i prodotti che li contengono sono considerati Novel Food (Reg UE 2015/2283). Diverse sono le ragioni che rendono questo allevamento più sostenibile rispetto agli allevamenti di animali tradizionali: dal riutilizzo di scarti e sottoprodotti organici soprattutto di origine vegetale che vengono così riciclati e convertiti con una efficienza di conversione molto alta, all’utilizzo di pochissima acqua per il loro allevamento, all’emissione di molti meno gas serra. Una valutazione di Life cycle assessment (Lca), ovvero di impatto ambientale associato a tutti gli stadi di vita di un prodotto, risulta estremamente inferiore a quella delle proteine ottenute da allevamenti di animali.
Ma a fronte di tutti questi aspetti positivi, quali altri elementi vanno esaminati da un punto di vista sanitario e di sicurezza alimentare?

L’evento, quindi, oltre a fare il punto sulla ricerca applicata nella produzione di insetti in Italia, intende fornire informazioni sugli aspetti igienico sanitari e normativi relativi a questa produzione.

Programma scientifico

Scheda di iscrizione




Osservatorio ASAPS – Incidenti con animali primi sei mesi 2025

ASAPS, da sempre attenta ai problemi di sicurezza stradale, fornisce alcuni dati del suo Osservatorio sugli incidenti con animali e consigli agli automobilisti ma anche agli enti proprietari strade. L’Osservatorio nei primi sei mesi 2025 ha registrato 100 incidenti significativi (l’Osservatorio considera esclusivamente quelli con persone ferite o decedute, quelli con danni ai soli mezzi sono migliaia), col coinvolgimento di animali, nei quali 7 persone sono morte e 118 sono rimaste seriamente ferite. Le segnalazioni pervengono dai 600 referenti sul territorio e cronache della stampa.
In 91 casi l’incidente è avvenuto con un animale selvatico (91%) e in 9 (9%) con un animale domestico.
Settantasei incidenti sono avvenuti di giorno e 24 di notte. Novantasei incidenti sono avvenuti sulla rete ordinaria e 4 nelle autostrade e extraurbane principali.
In 67 casi il veicolo impattante contro l’animale è stato una autovettura, in 37 casi un motociclo, in 1 incidente l’impatto è avvenuto contro autocarri o pullman e in 3 incidenti coinvolti dei velocipedi e pedoni. Il totale è superiore al numero degli eventi perché in alcuni sinistri sono rimasti coinvolti veicoli diversi.
Al primo posto negli incidenti gravi con investimenti di animali la Lombardia con 16 episodi, la Campania con 14, il Lazio con 11, la Toscana con 9, le Marche con 8, l’Emilia Romagna con 7, la Puglia con 6, la Sardegna con 5, il Piemonte, la Sicilia, l’Umbria e la Liguria con 4. E poi l’Abruzzo con 3, la Basilicata con 2 e, infine, il Molise, il Trentino Alto Adige e il Veneto con 1.

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Fonte: ASAPS.it




La sanità inquina: il 4,4% delle emissioni viene dal settore salute. Il nuovo report Ocse

Il settore sanitario, motore di salute pubblica, è anche un importante contributore alle emissioni di gas serra. Il nuovo rapporto OCSE “Decarbonising Health Systems Across OECD Countries” stima che in media il 4,4% delle emissioni complessive nei Paesi membri nel 2018 sia attribuibile a ospedali, ambulatori, farmaci, dispositivi e servizi sanitari. Una quota che supera settori tradizionalmente percepiti come inquinanti (vedi l’aviazione), ma che finora aveva ricevuto scarsa attenzione.

Ospedali e inappropriatezza delle cure
Secondo l’analisi, gli ospedali rappresentano circa il 30% delle emissioni totali del settore sanitario. Il peso deriva dall’alta intensità di risorse impiegate, soprattutto nelle terapie intensive. Spostare l’assistenza dall’ospedale al territorio e potenziare la primaria può contribuire a ridurre ricoveri evitabili, tempi di degenza e sprechi. In media, nei Paesi OCSE, politiche di appropriatezza potrebbero abbattere fino a un quarto delle emissioni ospedaliere, con benefici paralleli su qualità e costi dell’assistenza.

Prodotti sanitari sotto osservazione

Il rapporto segnala come alcuni prodotti clinici abbiano alternative a basso impatto già disponibili:

-Gas anestetici, con il desflurano che ha un’impronta climatica molto più alta di altri composti sostituibili senza sacrificare la qualità delle cure.

-Inalatori per asma e BPCO, dove i dispositivi spray a base di HFC potrebbero essere sostituiti da inalatori a polvere secca o a nebbia soffice, clinicamente equivalenti ma con un’impronta ambientale molto inferiore.

Nonostante queste opportunità, la gamma di prodotti sottoposti a screening ambientale resta limitata e le lacune nei dati rendono difficile per medici e amministratori prendere decisioni pienamente informate.

Il nodo delle catene di fornitura
La parte preponderante delle emissioni – circa il 79% – non nasce dentro gli ospedali, ma lungo le filiere globali di farmaci, dispositivi e servizi sanitari. Di queste, la metà proviene da Paesi esteri rispetto a quelli in cui le cure vengono erogate, rendendo più complesso il controllo diretto delle emissioni nazionali. La pandemia ha mostrato quanto le supply chain siano interconnesse e difficili da riorganizzare, ma anche quanto i loro costi ambientali siano insostenibili. Per questo l’OCSE sollecita politiche di “green procurement”, linee guida condivise e standard internazionali per spingere il mercato verso produzioni a minore impatto.

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Fonte: quotidianosanita.it




Spreco alimentare: l’Italia migliora ma è ancora sopra la media Ue

Ogni cittadino italiano spreca in media 555,8 grammi di cibo ogni settimana (-18,7% rispetto al 2024), ovvero oltre 28,9 kg l’anno. Il dato, in calo di 95 grammi rispetto al 2015 , mantiene però l’Italia sopra la media europea e lontana dal traguardo di 369,7 grammi settimanali fissato per il 2030. La proposta di revisione della Direttiva europea rifiuti – in fase di definizione legislativa – prevede infatti la riduzione del 30% degli sprechi nella ristorazione, nel commercio e nei nuclei familiari e del 10% nell’industria alimentare rispetto alla media 2021-2023.

Guardando agli altri Paesi europei, la Germania si assesta a 512,9 grammi, la Francia a 459,9, la Spagna a 446,5 e i Paesi Bassi a 469,5.

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Fonte: ilsole24ore.com