ECM Liguria – Il lupo tra convivenza, territorio e gestione – La Spezia

imparareSi terrà il 5 e 6 marzo p.v. il corso dal titolo “IL LUPO TRA CONVIVENZA, TERRITORIO E GESTIONE, i ruoli del Medico Veterinario pubblico e degli altri enti nella verifica dei danni da fauna selvatica tra aspetti istituzionali e medico legali ”. Il corso, patrocinato dalla SIMeVeP, ha ottenuto 23 crediti.

Il corso mira a definire i profili di responsabilità e le competenze operative del medico veterinario pubblico e degli enti preposti, con particolare focus sulla metodologia dei sopralluoghi e sulla diagnostica medico legale applicata alla verifica dei danni da fauna selvatica al fine di garantire l’uniformità delle procedure istituzionali

Programma corso




Un prodotto ittico su cinque a rischio frode alimentare: l’allarme del rapporto FAO

La frode del pesce è un fenomeno diffuso a livello mondiale e comprende pratiche ingannevoli che possono compromettere la biodiversità, la salute dei consumatori e l’economia globale. L’ultimo rapporto della FAO, sviluppato in collaborazione con il Centro FAO/IAEA, offre un’analisi approfondita del problema e descrive le tecnologie oggi disponibili per contrastarlo.

Frode nel settore ittico

Non esistono stime ufficiali sulla reale prevalenza della frode nel commercio globale di prodotti ittici, un mercato che vale circa 195 miliardi di dollari. Tuttavia, studi empirici indicano che fino al 20% delle transazioni potrebbe essere soggetto a pratiche ingannevoli. Il fenomeno risulta più frequente rispetto ad altri comparti alimentari, come carne, frutta e verdura, anche a causa dell’elevato numero di specie commercializzate.

Le forme di frode sono molteplici: aggiunta di coloranti per simulare freschezza, vendita di prodotti contraffatti o surimi spacciato per carne di granchio, distribuzione fuori dai mercati autorizzati, dichiarazioni false su origine o sostenibilità, manomissione delle date di scadenza. Tra le pratiche più comuni vi è la sostituzione di specie, ad esempio tilapia venduta come dentice rosso, oltre alla sovrapproduzione o alla pesca eccessiva non dichiarata.

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Fonte: ambienteinsalute.it




Resistenza antimicrobica e cambiamento climatico: “è urgente colmare il divario politico”

È tempo di colmare il divario politico tra cambiamento climatico e resistenza antimicrobica. Le due crisi planetarie sono infatti strettamente connesse, ma nonostante questo il cambiamento climatico non è ancora stato integrato nelle politiche esistenti sull’antimicrobicoresistenza (Amr).

A evidenziarlo un gruppo internazionale di esperti che in un articolo pubblicato su The Lancet Planetary Health, fa notare come il Piano d’azione globale (Global Action Plan, Gap) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’Amr del 2015 – un documento a livello globale, nazionale e subnazionale – non menzioni il cambiamento climatico.

Un’opportunità per colmare il gap

La conseguenza come spiegano gli esperti è che i 78 piani d’azione nazionali ufficiali redatti sulla base del Gap del 2015 trascurano l’impatto crescente del cambiamento climatico sulla resistenza antimicrobica e hanno in larga misura omesso i riferimenti all’ambiente.

“Ancora più preoccupante – sottolineano gli autori del documento – è la bozza zero del 2025 del nuovo Gap sull’Amr che menziona il cambiamento climatico solo brevemente e omette la fondamentale interconnessione tra la crisi dell’Amr e quella climatica. Sebbene questa omissione evidenzi il persistente divario politico tra Amr e cambiamento climatico, la revisione in corso del Gap dell’Oms rappresenta un’opportunità cruciale per colmare questa lacuna chiave nella salute globale”.

La connessione tra Amr e clima

Come spiegano gli esperti il cambiamento climatico favorisce l’Amr attraverso molteplici meccanismi interconnessi. In primo luogo, accelera l’evoluzione biologica della resistenza: l’aumento delle temperature incrementa i tassi di mutazione batterica, stabilizza i geni di resistenza ed espande le nicchie ecologiche. Le pressioni indotte dal clima su acquacoltura, agricoltura e allevamenti zootecnici aumentano inoltre i tassi di infezione, accrescendo il ricorso agli antimicrobici.

“Eventi meteorologici estremi, come alluvioni e siccità, favoriscono la disseminazione dei geni di resistenza, sia attraverso l’ambiente sia mediante migrazioni forzate di esseri umani o animali” continuano. “Nel complesso, il cambiamento climatico aumenta la pressione sui sistemi sanitari e sui medici, incrementando i tassi di prescrizione inappropriata di antimicrobici e promuovendo l’accelerazione della resistenza a valle”.

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Fonte: Aboutpharma.com




Convegno Nazionale – Veterinaria, Ambiente e Cambiamenti Climatici – Roma 26 marzo 2026

Si terrà il 26 marzo a Roma, presso il Ministero della Salute a via Ribotta, il Convegno Nazionale, accreditato ECM, Veterinaria, Ambiente e Cambiamenti Climatici organizzato dal Ministero della Salute in collaborazione con  SIVeMP e SIMeVeP.

I cambiamenti climatici sono una delle sfide globali più rilevanti, come evidenziato dal Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (dicembre 2023). Eventi climatici estremi e aumento delle temperature influenzeranno sempre più le realtà produttive, in partico-lare in Italia e nei Paesi del Mediterraneo, che ne subiranno gli effetti precocemente per le loro caratteristiche orografiche.

Tutto questo sta trasformando rapidamente gli ecosistemi creando problemi per la salute animale, con conseguenze per la salute pubblica, la sicurezza alimentare e la biodiversità. Inoltre, l’innalzamento delle temperature e la maggior frequenza di eventi naturali catastrofici stanno favorendo l’insorgenza e la diffusione di malattie infettive, in particolare trasmesse da vettori (arbovirosi).
I mutamenti ambientali si riflettono su tutti gli ecosistemi. In questo scenario i medici veterinari, deputati alla tutela della salute animale, giocano un ruolo chiave nell’affrontare queste complesse sfide che coinvolgono salute umana, animale e ambientale, attraverso un approccio One Health.

Gli animali emettono naturalmente gas serra (almeno il 14,5% delle emissioni di gas serra indotte dall’uomo proviene dalla produzione animale, secondo le stime FAO), ma quelli malati o morenti, così come quelli che non producono in modo efficiente, aumentano l’impronta di carbonio del sistema produttivo, oltre a comportare uno spreco di risorse a causa degli interventi clinico-terapeutici e di controllo delle malattie (vaccina-zioni, abbattimento e gestione delle carcasse). Per questo la salute animale deve essere parte integrante delle strategie di contrasto ai cambiamenti climatici.

Altra problematica emergente è rappresentata da nano e microplastiche (NMPs) e PFAS (forever chemicals), che costituiscono oggi un preoccupante e diffuso problema ambientale. Sono infatti in grado di inquinare diversi ecosistemi, interessando la catena alimentare fino alla tavola del consumatore, e sollevando gravi preoccupazioni per la salute umana, con possibili impatti su assimilazione di nutrienti, infiammazioni e alterazioni ormonali. La riduzione di questi inquinanti richiede un approccio multifattoriale, basato su innovazione, economia circolare, regolamentazione e sensibilizzazione.
In tale contesto le attività di formazione, associate al potenziamento dei Servizi, risultano essenziali.

Locandina e programma del Convegno

Scheda di iscrizione




Rinnovo del Memorandum d’Intesa “Quadripartito” One Health fino al 2030

Le quattro principali organizzazioni internazionali di riferimento per la salute globale — l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (WOAH) – hanno ufficializzato il rinnovo del Memorandum d’Intesa (MoU) One Health, estendendone la validità fino al 28 novembre 2030.

Una visione integrata per le sfide globali
Con questo atto, le organizzazioni ribadiscono il proprio impegno nel promuovere un approccio multisettoriale e coordinato. Il rinnovo non è una semplice formalità, ma una risposta strategica alle lezioni apprese durante la pandemia di COVID-19, che ha evidenziato come le minacce sanitarie non rispettino i confini tra specie o settori. L’obiettivo è affrontare i rischi derivanti dall’interazione tra esseri umani, animali, piante e l’ambiente in cui coesistono.

I pilastri strategici del Memorandum 2030

Il documento aggiorna il quadro giuridico e operativo della collaborazione, definendo sei aree di intervento prioritario:

  • Rafforzamento della governance e dei sistemi sanitari: integrazione delle competenze veterinarie, mediche e ambientali nei processi decisionali.
  • Prevenzione, preparazione e risposta alle emergenze: miglioramento della capacità di sorveglianza e intervento rapido contro epidemie e pandemie.
  • Gestione delle malattie endemiche e trascurate: contrasto alle zoonosi e alle malattie tropicali che colpiscono le popolazioni più vulnerabili.
  • Sicurezza alimentare: protezione delle catene di approvvigionamento attraverso il monitoraggio dei rischi all’interfaccia uomo-animale.
  • Lotta alla resistenza antimicrobica (AMR): azioni congiunte per contrastare la “pandemia silenziosa” degli antibiotico-resistenti.
  • Integrazione ambientale: inclusione sistematica della tutela della biodiversità e degli ecosistemi nelle politiche One Health.

Obiettivi e Principi Guida
Il Memorandum si fonda sui principi di equità, responsabilità condivisa e inclusività. Esso punta ad accelerare l’attuazione del One Health Joint Plan of Action- OHJPA (Piano d’Azione Congiunto), fornendo ai singoli Paesi il supporto tecnico necessario per tradurre la teoria in politiche pubbliche efficaci.

Fino al 2030, il Quadripartito si impegnerà a ridurre drasticamente i rischi sanitari transfrontalieri, promuovendo un modello di salute sostenibile che riconosca l’ambiente non più come uno sfondo, ma come un determinante essenziale della salute collettiva.

Dott. Maurizio Ferri, SIMeVeP




Escherichia coli STEC nei prodotti lattiero caseari: un pericolo sottovalutato

Negli ultimi anni i formaggi a latte crudo sono tornati protagonisti sulle tavole e nel dibattito sulla sicurezza alimentare. Questa vasta gamma di prodotti artigianali, spesso tipici di specifici contesti rurali, sono apprezzati per i loro supposti valori di “naturalità” e tradizione. Tuttavia, il loro consumo può esporre i consumatori a pericoli sanitari, legati alla possibile contaminazione con Escherichia coli produttori di shigatossine (STEC), responsabili di gravi forme di tossinfezione alimentare nell’uomo.

Gli E. coli STEC (o enteroemorragici, EHEC) possono produrre shigatossine (Stx) e altri fattori di virulenza che favoriscono la colonizzazione e il danno tissutale, tra questi molecole ad azione emolitica, citotossica, sequestro del ferro e apoptosi cellulare, e nel complesso determinare l’insorgenza di lesioni a carico della mucosa intestinale (vedere riquadro).
Tra i numerosi sierotipi identificati, il più noto è E. coli O157:H7, storicamente associato ai maggiori focolai di tossinfezione alimentare.
Negli ultimi anni, tuttavia, è stato osservato un aumento dei focolai causati da sierotipi “non-O157”, tra cui O26, O45, O103, O111, O121 e O145, complessivamente noti come i “big six”, anch’essi riconosciuti come importanti patogeni per l’uomo.

Ne parlano Vincenzo De Rosa e  Marta Di Maggio in un articolo pubblicato su La Settimana Veterinaria




Le popolazioni di api mellifere selvatiche dell’Unione Europea sono in pericolo

Lo stato di conservazione delle popolazioni selvatiche di api mellifere (Apis mellifera) nell’Unione Europea è stato recentemente rivalutato per la Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). La precedente classificazione “Data Deficient” (carenza di dati) è stata aggiornata a “In Pericolo”. Il progetto è stato realizzato da un team di 14 scienziati ed esperti, coordinati dall’associazione internazionale Honey Bee Watch, nell’ambito di uno studio più ampio, la Lista Rossa delle Api Europee, dedicato alla valutazione dello stato di conservazione di quasi 2.000 specie di api.

Prima della classificazione “Data Deficient” risalente al 2014, la scarsità di studi sugli alveari selvatici, unita alle prove derivanti dalle minacce che causano la mortalità di quelli gestiti dagli apicoltori, aveva portato scienziati e altri addetti ai lavori a supporre che le popolazioni di api mellifere selvatiche fossero completamente estinte in Europa.

Questa confusione e la mancanza di dati hanno spinto diversi ricercatori ad intraprendere studi sulla prevalenza e la distribuzione di colonie di Apis mellifera che vivono libere, ovvero quelle che scelgono autonomamente il proprio sito di nidificazione, che vivono senza l’intervento umano e il cui studio potrebbe rivelare la presenza di popolazioni selvatiche autosufficienti. Tali alveari sono stati successivamente rinvenuti – e sono attualmente oggetto di studio – in tutta Italia, in Irlanda e Regno Unito, nei parchi nazionali in Francia, nelle foreste di Germania, Svizzera e Polonia, nella capitale della Serbia, Belgrado.

L’aggiornamento allo status “In Pericolo” si applica solo ai 27 Paesi membri dell’UE, ed è stato reso possibile grazie alla collaborazione con diverse università, istituti di ricerca, associazioni indipendenti, e a studi recenti che hanno fornito una stima del declino delle popolazioni di alveari selvatici. A livello paneuropeo più ampio, lo status rimane invece “Data Deficient” a causa della scarsità di dati sulle popolazioni selvatiche in questa regione più estesa.

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Fonte: IZS Venezie




Pubblicati i report nazionali su Habitat e Uccelli: lo stato della natura in Italia 2019-2024

Sono state pubblicate su Reportnet3, la nuova piattaforma europea di e-Reporting, le versioni finali dei report nazionali sulle Direttive Habitat e Uccelli. I documenti chiudono il ciclo di monitoraggio 2019-2024 e offrono un quadro scientifico aggiornato sullo stato di conservazione del patrimonio naturale italiano, rappresentando uno strumento chiave per la tutela della biodiversità.

La pubblicazione consente all’Italia di adempiere agli obblighi previsti dalla normativa europea e, allo stesso tempo, di disporre di una base conoscitiva solida per orientare le future politiche ambientali.

Il ruolo strategico dei report per le politiche ambientali

I report nazionali sulle Direttive Habitat e Uccelli svolgono una funzione centrale nella valutazione dell’efficacia delle misure di conservazione adottate nel Paese. Oltre a rispondere alle richieste della Commissione Europea, permettono di individuare criticità, suggerire eventuali correzioni alle politiche in atto e migliorare la pianificazione degli interventi.

Queste analisi consentono anche di orientare l’allocazione delle risorse economiche verso le aree e le specie maggiormente esposte a rischi di conservazione, garantendo interventi più mirati ed efficaci.

Nature Restoration Law

I dati contenuti nei report costituiscono una solida base scientifica a supporto della Nature Restoration Law, la normativa europea dedicata al ripristino degli ecosistemi degradati. Le informazioni raccolte su habitat e specie forniscono infatti elementi essenziali per definire priorità di intervento, obiettivi di recupero e indicatori di successo delle azioni di ripristino ambientale.

In questo senso, i report rappresentano uno strumento fondamentale per collegare monitoraggio scientifico e attuazione concreta delle politiche europee per la biodiversità.

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Fonte: ambienteinsalute.it




L’Italia spreca meno cibo, ma 7,3 miliardi di euro finiscono nella spazzatura

L’Italia meno ‘sprecona’.

 Ben il 10% di cibo in meno finisce nella spazzatura rispetto allo scorso anno. Dal febbraio 2025 lo spreco è sceso di 63,9 grammi arrivando a 554 grammi pro capite settimanali. E questo farebbe degli italiani un popolo più virtuoso, tuttavia la quantità di alimenti che vengono buttati è ancora molto importante: tradotto in valore ben 7 miliardi di euro. Ne consegue che siamo tuttora lontani dall’obiettivo Onu del 2030 di ridurre lo spreco del 50%. E’ la fotografia scattata dal Rapporto ‘Il caso Italia 2026’ dell’Osservatorio Waste Watcher International, diffuso in occasione della 13/a Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, il 5 febbraio, indetta dalla campagna pubblica di sensibilizzazione Spreco Zero.

A trainare l’Italia verso un deciso miglioramento, le famiglie boomer – con componenti nati fra il 1946 e il 1964 – che sprecano ‘solo’ 352 grammi a settimana. Ancora molto indietro invece i giovani della generazione Z con quota 799 grammi di spreco settimanali, a cui viene però affidato il compito di alfabetizzare il Paese in tema di nuove tecnologie #sprecozero. Queste due generazioni, ‘relazionandosi’ possono vincere la sfida dello spreco alimentare, secondo Andrea Segrè, direttore scientifico Osservatorio WasteWatcher International-Campagna Spreco zero. I boomer oggi sono la locomotiva della prevenzione, mentre la generazione Z è più fragile sul piano organizzativo ma possiede un capitale decisivo la padronanza degli strumenti digitali e la disponibilità al cambiamento. “È qui – sottolinea Segrè – che nasce l’intelligenza intergenerazionale: quando l’esperienza incontra la tecnologia, quando il sapere pratico dei più anziani viene tradotto in nuovi linguaggi dai più giovani. Solo favorendo questo scambio possiamo davvero dimezzare lo spreco alimentare entro i prossimi quattro anni”.

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Fonte: Ansa




Efsa: a tacchini in allevamento più spazio, aria, acqua

Uno spazio minimo per vivere, accesso a cibo e acqua, aria di qualità, stop mutilazioni. Sono le raccomandazioni degli scienziati dell’Efsa sul benessere dei tacchini in allevamento. Gli scienziati hanno esaminato le più recenti evidenze scientifiche sul benessere dei tacchini e hanno fornito il primo parere scientifico a supporto di una possibile futura legislazione UE sulla protezione dei tacchini negli allevamenti.

I tacchini (Meleagris gallopavo gallopavo) vengono allevati in aziende agricole in tutta l’UE per la produzione di carne e la riproduzione. Di solito vengono tenuti al chiuso, ma condizioni di stabulazione, gestione o pratiche di allevamento inadeguate possono influire negativamente sul benessere dei tacchini. Indicatori di problemi di benessere sono, ad esempio, zoppia, dermatite alle piante delle zampe, ferite da beccaggio e bisogni comportamentali insoddisfatti. Attualmente non esiste una legislazione UE specifica per la protezione dei tacchini negli allevamenti, quindi si applicano le disposizioni generali sul benessere degli animali stabilite dalla Direttiva
98/58/CE del Consiglio.

Sulla base del contributo degli esperti, l’Efsa ha sviluppato un modello comportamentale per stimare lo spazio minimo per i tacchin dopo avere identificato diciannove conseguenze chiave sul benessere dei tacchini, tra cui limitazione del movimento, disturbi locomotori, lesioni dei tessuti molli e danni al tegumento, incapacità di eseguire comportamenti esplorativi o di foraggiamento, stress da freddo/caldo e incapacità di esprimere comportamenti di nidificazione. I fattori chiave che aumentano il rischio di scarso benessere nei tacchini includono sovraffollamento, mutilazioni, lettiera umida, mancanza di arricchimento ambientale, scarsa qualità dell’aria, temperature troppo basse/alte, elevato rapporto galline-nidi, diradamento del gruppo e privazione di cibo e acqua.
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Fonte: Askanews